O.D.G.: BIODIVERSITA' VERDE - DECRESCERE PER RISALIRE
Cari amici, assieme ad alcuni iscritti abbiamo buttato giù una bozza di Ordine del Giorno da presentare all’Assemblea provinciale dei Verdi di Firenze Sabato 28 giugno, convocata, come sapete, per discutere i documenti congressuali e votare (Domenica 6 luglio) i delegati all'Assemblea nazionale di Chianciano.
Il testo, che si spera abbiate la curiosità e la pazienza di leggere qua di seguito, non nasce né con secondi fini né con strategie machiavelliche, bensì come contributo di un gruppetto di aderenti di base che non rivestono incarichi particolari, ma che - in un momento così delicato per noi Verdi - non vogliono sottrarsi all’impegno e osservare inermi la crisi di tante speranze.
Chiunque può apportare il proprio contributo ai contenuti del testo, sottoscriverlo, oppure ancora comunicarci l'intenzione di presentarlo, in forma analoga, in altre Assemblee territoriali della Toscana o di qualunque Regione italiana.
Grazie.
ASSEMBLEA NAZIONALE (CHIANCIANO 18/20 LUGLIO 2008)
ORDINE DEL GIORNO CONGRESSUALE
“BIODIVERSITA’ VERDE - DECRESCERE PER RISALIRE”
Premessa
Il pianeta, inteso come sistema ambientale, ed il mondo, come sistema relazionale, sono molto diversi da quella primavera del 1985 che vide un manipolo di pionieri costituire le prime Liste Verdi.
Acqua sotto i ponti ne è passata tanta, fin troppa. Tanto che persino ai fiumi ne è rimasta poca.
Oggi le ragioni che spinsero quelle persone sensibili alla difesa del territorio, della sua flora e della sua fauna non sono certo venute meno, anzi sono forse ancora più stringenti.
Se i primi ecologisti non fossero stati osservati con stupore, talvolta persino con derisione, come dei Marziani, adesso non saremmo qua sommersi dai rifiuti, assediati dagli inceneritori, tra il cicaleccio del ritorno al nucleare, col petrolio che a fine anno raggiungerà i 200 Dollari al Barile, vedendo l’acqua (nuovo oro blu) passare in mano a Società per Azioni quotate in borsa, e se qualcuno non chiude anche il rubinetto dell’aria -come capita all’attore Ivano Marescotti in un surreale film- è solo perché quella delle nostre città fa talmente ribrezzo che nessuno si sognerebbe mai di appropriarsene.
In un contesto del genere, è evidente che alcuni paradigmi e strategie del passato diventano tristemente obsoleti.
Il calco pesante di questa epoca
Le direttrici di marcia proposte con lungimiranza già vent’anni fa appaiono oggi indispensabili ma non più sufficienti: fonti di energia «rinnovabile» o tecnologie ancor più sofisticate per poter avere uno «sviluppo sostenibile». Dobbiamo trovare il coraggio e la franchezza per guardarci negli occhi e ammettere che non può esistere alcun «sviluppo sostenibile». In letteratura si chiamerebbe ossimoro. Questo Sviluppo, così come è stato concepito dalla rivoluzione industriale in poi, è per definizione insostenibile. Ogni suo ulteriore incremento, comunque ottenuto, conduce ancor più velocemente alla rovina ecologica. È illusorio pensare di salvare la capra e i cavoli, lo Sviluppo ma anche l'ambiente, con il ricorso a fonti di energia «alternative». Qualsiasi fonte di energia usata in modo massivo è inquinante. Se al posto del petrolio e dei combustibili fossili si userà l'idrogeno, tanto caro al tecnologico Rifkin, si alleggerirà l'ecosistema in un punto ma lo si appesantirà comunque in qualche altro. Senza contare che la conversione di una fonte di energia in un'altra esige tutta una serie di adattamenti sistemici che non possono esser ottenuti che usando altra energia. Cosicché, se nel particolare si ottiene una riduzione dell'inquinamento da due a uno, a livello sistemico lo si quadruplica. E invece di risolvere il problema lo si aggrava. Basti pensare all’esempio delle moderne autovetture, hanno standard di inquinamento più bassi rispetto alle generazioni precedenti, eppure il problema dell’inquinamento dovuto alla produzione di CO2 e alle polveri sottili emesse dai motori a scoppio cresce esponenzialmente ovunque, aumentando di anno in anno -in ossequio al P.I.L.- il loro parco circolante, il loro uso e abuso.
«La tecnologia» ha detto una volta il filosofo della Scienza Rossi «per ogni problema che risolve ne apre altri dieci ancor più complessi con un effetto moltiplicatore».
Ci siamo dimenticati dell'entropia, della seconda legge della termodinamica che Carnot enuncia nel 1824 a proposito dei flussi di calore delle macchine a vapore e che nel 1860 il fisico tedesco Clausius estese alla produzione di tutte le forme di energia. Per non dire, molto prima, di Democrito.
Tutto ciò perché in Occidente (e da qualche anno anche in oriente) non ci si vuole, o non si può, rassegnare a una società in cui lo sviluppo, la produzione di beni, il consumo, l'economia, il Prodotto Interno Lordo, non siano in costante crescita.
E invece l'unica soluzione, se non vogliamo distruggere definitivamente l'ecosistema che ci ha dato e ci dà la vita, è la "Decrescita": dei consumi, della produzione, dell'economia. Noi dobbiamo ridurre drasticamente i nostri livelli di vita, anche perché il cosiddetto benessere -andando anche oltre la questione dell'inquinamento, che è solo la più immediatamente percepibile da chiunque- si è rivelato uno straordinario malessere esistenziale.
In altri tempi sono state guerre, pestilenze, o altre tragiche catastrofi a ripristinare, per eterogenesi dei fini, il ciclo della natura all'organizzazione umana. Per cui, come ad una estate di raccolta segue un autunno ed un inverno di riposo per preludere di nuovo ad una primavera di rigoglio, così veniva smorzata la concezione malata di uno “Sviluppo” come linea retta tendente all'infinito.
La battaglia politica, per chi ha in odio le guerre, massimamente quelle vigliacche moderne, è quella di coltivare la saggezza dell'uomo. Saggezza, se non più oramai istintuale almeno aiutata dai morsi della crisi economica galoppante, capace di indurre a stili di vita più sobri e, perché no, più gratificanti.
Dobbiamo lottare per affermare nelle condotte individuali e collettive il concetto di limite contro una “ùbris” (onnipotenza) dilagante -come ad esempio la scienza che si fa scientismo, cioè la più intollerante religione-, per affermare non solo i diritti inviolabili della persona ma ancor prima i doveri inderogabili verso la comunità.
Risultano essere, pertanto, logore le categorie di sinistra e destra figlie della medesima matrice positivista. Altro che Marx o Smith, è San Francesco il vero rivoluzionario d'oggi giorno!
I Verdi, un grande futuro dietro di noi
Dopo aver volato un po’ sopra il rasoterra quotidiano, planiamo verso le miserie contingenti del nostro movimento. Intanto, una precisazione nominale: movimento. I Verdi hanno percorso la parabola canonica che va dallo slancio spontaneistico, alla strutturazione movimentista infine alla involuzione partitica. Parabola, a dire il vero, abbastanza comune ad ogni soggetto politico.
Non intendiamo qua rammentare tutte le tappe di un percorso complicato, controverso, difficile e, in sintesi, paragonabile alla vita di un’ortensia, generosa ma fragile.
Ci limiteremo alle vicende più recenti. L'ultima dirigenza dei Verdi, e per tale intendiamo riferirci all'intero Esecutivo nazionale, conscio delle proprie incapacità nel non aver saputo far splendere il Sole che ride, ha deciso -senza voci ufficialmente contrarie- l'ultimo dilaniante suicidio: allearsi con spezzoni di sinistra allo sbando e dare vita ad un'alleanza raffazzonata e improvvisata, senza progetti né presupposti, senza forza né entusiasmo. Solo ed esclusivamente per salvare la pelle. La propria.
Una grande parte degli attivisti, di coloro che dedicano tempo ed energie senza avere né desiderare poltrone di sorta, ha espresso tanti dubbi, qualcuno se ne è andato (spesso più per interesse che per idealità), qualcun altro ha tirato i remi in barca (per desolazione), altri hanno dato il loro contributo (alcuni solo per lealtà, altri sicuramente con convinzione).
Il 14 aprile scorso una disfatta. Di quelle bocciature che di rado la politica italiana ha conosciuto. Epica. Dal 12% fantasticato al 3% ottenuto, i tre quarti dei votanti ha detto con vigore: state sbagliando tutto! Chi ancora non lo ha capito, o ha perduto completamente la lucidità politica o ha smarrito ogni senso della democrazia. Tertium non datur.
Dobbiamo perciò ripartire da quel 14 aprile, che ha visto anche l'altrettanto sonora batosta del progetto veltroniano di isolamento di un Pd che vuol farsi copia patetica del Pdl.
Occorre adesso recuperare la nostra autonomia rispetto ad ogni altra forza politica. Che non significa, ovviamente, presuntuosa autosufficienza, ma bensì fatica, radicamento, umiltà e orgoglio. Così come lottiamo contro gli organismi geneticamente modificati in natura, alla stessa stregua e con lo stesso vigore dobbiamo lottare contro gli accordi “geneticamente modificati” in politica. Essere eletti o stare nei governi non è un dogma, è uno strumento di azione molto importante ma efficace solo se utilizzato bene, concretamente, altrimenti persino controproducente, poiché assumi responsabilità e susciti aspettative alle quali non ti dimostri all'altezza, perdendo ogni credibilità.
Questa mozione politica vuole essere molto chiara e molto netta sulle prospettive future dei Verdi. Tanto che non useremo giri di parole o eufemismi, andando al cuore del problema.
Chi vi aderisce indica e rivendica questo percorso: rilanciare le Liste Verdi sul territorio, partendo dalle realtà comunali e coprendo ogni angolo pure il più recondito del Paese, articolandoci anche in orizzontale attraverso gruppi tematici, e infine nessuna fusione o confluenza con altri soggetti politici.
Prioritariamente deve essere avviato un confronto con quanto sta emergendo nella società volto a rigenerare la politica e individuare nuove piattaforme, primi fra tutti i "Meetup" di Beppe Grillo, i Circoli per la Decrescita di Maurizio Pallante, e la rete dei Comitati di Alberto Asor Rosa. La prospettiva è di far politica assieme, fornendo loro una sede di elaborazione consolidata, una cultura anche di governo, un momento di sintesi e, soprattutto, un’iniziativa di coordinamento. Altrettanto s'impone nei confronti del ricco e variegato mondo eco-ambientalista che non trova più, se mai l'ha davvero trovato, nei Verdi il naturale riferimento.
Viene altresì ribadita la necessità di un dialogo con il resto del quadro politico, con le forze della sinistra marxista (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) e riformista (Partito Democratico e Sinistra Democratica), ma anche con l'Italia dei Valori interprete della diffusa esigenza di legalità; tuttavia non soltanto con essi. Ragionare a 360°, occasione per occasione, luogo per luogo, ma sempre con la nostra dignità e specificità. Preservando e valorizzando la "biodiversità verde".
Se non potremo cambiare questo povero mondo, se non ce ne sarà data la forza per sventura o per colpa, almeno non sarà esso a cambiare noi, omologandoci al peggio.
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LANGER: VERDI NE' A DESTRA NE' A SINISTRA MA AVANTI
Perché gli ecologisti non sono né di destra né di sinistra
di Alex Langer
Nel 1985 Alex Langer, introducendo a Firenze l'assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, affermò che gli ecologisti "non sono né di destra né di sinistra". Ci fu polemica allora, e polemica c'è tuttora verso quella definizione. Il verde o è rosso o non è, venne detto. Langer argomentò così la sua posizione.
Alcuni liquidano la questione destra/sinistra con un riferimento al totem ed al tabù. Al totem: "non si può essere verdi senza essere rossi"; chi non fosse riferibile ad una scelta "di sinistra" e non riconoscesse come suoi i totem della sinistra (la centralità della classe operaia? la priorità della contraddizione tra capitale e lavoro?), non sarà un vero verde.
Al tabù: “e chissà da chi sono pagati quei verdi”, che magari nascondono il socialdemocratico, il democristiano e, chissà, il fascista nelle proprie file e quindi si smascherano da sé. Sono nemici, non vogliono l'alternativa, si inquadrano nel gioco dei padroni. E fanno di destra e sinistra un sol fascio.
Fosse così semplice, sarebbe persino da stare allegri.
E invece è tutto terribilmente più complesso. Perché è assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole.
E poi bisognerà interrogarsi anche sull'utilità pratica di certe classificazioni, e trarne delle conseguenze.
Infine, converrà domandarsi come stabilire un fruttuoso dialogo tra verdi e rossi, senza pretendere di definire una netta linea di demarcazione e senza esigere professioni di devozioni agli schieramenti ereditari.
Cos'è oggi la sinistra e la destra?
In un mondo in cui la Cina chiama ingegneri stranieri per affidare a loro la ristrutturazione efficientista di certe fabbriche; in cui l'economia sommersa entra nell'orizzonte teorico e pratico degli economisti della socialdemocrazia austriaca; il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile. Per non parlare di politica estera e militare, dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.
È di sinistra quel che fa la sinistra (compresa le centrali nucleari, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perché danno lavoro...) o bisogna anche che ci sia qualcosa di "rosso" nei contenuti? È di sinistra l'insistenza per lo "sviluppo" (industrialismo, espansione, crescita del prodotto naz. lordo) e magari di destra la de-industrializzazione?
La delegittimazione dell'utopia socialista
Ma - si dirà - se per sinistra si intende uno schieramento sociale, o meglio, l'indicazione di una tradizione politico - culturale, non ci si può rifugiare nell'agnosticismo.
Vero. E per giunta la sinistra in Italia (anche perché all'opposizione) è stata in gran parte il terreno di coltura di quelle forze che oggi si preoccupano esplicitamente più della sopravvivenza della specie che non del trionfo della classe.
Questa sinistra, né unitaria, né sempre coerente, ha indubbiamente molti meriti in Italia. Ha contributo (ma non solo lei) all'emancipazione politica, sociale e culturale di larghi strati di popolazione; ha conquistato e via via saputo ampliare molti spazi democratici, a cominciare dalla resistenza contro il nazifascismo; si è battuta per significativi passi in avanti verso una maggiore giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale: ha generato (non sempre volontariamente) importantissimi ed incisivi movimenti di massa; si è dimostrata una fertile fucina di idee, di cultura.
Ma accanto a questi ed altri indubbi meriti, la sinistra ha contributo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi meccanismi, ed in ritirata un po' su tutto il fronte.
In particolare l'insistenza della sinistra sull'alternativa di governo come premessa di ogni processo di cambiamento sociale ha finito per premiare lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben poco alternativi - a costituire intorno a sé un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza sociale, non solo politica.
Oggi la mancanza di grandi progetti a sinistra e la perdita di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato" può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali.
Vecchio e Nuovo Testamento
Ed ora qualcuno vorrebbe che le nuove spinte che possono provenire da un'impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passassero per forza attraverso la cruna del dogma rosso e dello schieramento "di sinistra", quasi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione sociale.
In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso" al rapporto che i cristiani vedono tra il Nuovo e l'Antico testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. Anche ai primi cristiani, consapevoli di essere portatori di una carica innovativa radicale, qualcuno dalle loro stesse file chiedeva di vestire i panni della legge d'Israele e di rispettare la tradizione dei suoi profeti, e di situare la nuova predicazione sostanzialmente all'interno del mondo ebraico, pretendendo dai nuovi adepti (pagani) del Vangelo anche la circoncisione e la frequentazione del codice israelitico. "Non si può essere cristiani senza essere ebrei", decretavano questi custodi della tradizione. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, si sarebbe ridotto a diventare uno dei filoni (forse una delle sette) della tradizione israelita e ne avrebbe probabilmente seguito le sorti, compresa la distruzione del tempio e la diaspora.
Accettando invece di operare in campo aperto, tra i gentili, senza pretenderne la conversione all'ebraismo, il cristianesimo - pur non buttando alle ortiche il Vecchio testamento ed i suoi insegnamenti - è diventato quel fermento (positivo o negativo che lo si giudichi) epocale che si sa.
Senza voler forzare le analogie - dato che i paragoni sono spesso ingannevoli - vorrei affermare che 1) non è vero che il "verde" sia il naturale e scontato prolungamento della tradizione politico-culturale e del radicamento sociale dei "rossi"; 2) un affiancamento troppo stretto dei "verdi" ai "rossi" rischierebbe di sterilizzare una buona parte del potenziale dinamico che l'ecologismo ed il pacifismo può attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili.
La logica dei blocchi o di qua o di là
All'interno della sinistra assai spesso si ragiona con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, in fondo intende fare il gioco di qualcuno ("dell'altro blocco", a seconda del punto di vista). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. In questo senso ritengo che un ragionamento "verde" sia e debba essere trasversale rispetto alla tradizionale logica della sinistra e possa, anche per questo motivo, incentivare la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali.
Pensiamo allo statalismo assai radicato nella sinistra, o al suo sostanziale industrialismo, o alla forte inclinazione al centralismo, o al "lavorismo" che caratterizza la sinistra, o alla sua diffidenza verso l'individuo non organizzato, o ai temi ambientali (energia, edificazione sul territorio, trasporti, uso delle risorse, ecc.) o ad infiniti altri momenti fondanti di un ripensamento critico della civiltà attuale in chiave ecologica. Pretendere dai "verdi" di incamminarsi lungo i binari segnati dalla tradizione di sinistra o di considerare naturali alleati nelle possibili giunte o governi, mi parrebbe un grave errore, anche se non si può certamente negare che su molti altri valori - di democrazia, di giustizia sociale, di liberazione dallo sfruttamento, - ci potranno essere terreni comuni.
Anche se per tutto un periodo non breve l'approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai marcate tra "verde" e "rosso", ed i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla "fuoriuscita dall'industrialismo", sul sindacato e più in generale sulla concezione del "progresso", saranno assai dolorosi.
Ciò non significa né che i "verdi" si lancino in primo luogo contro la sinistra, né che essi si possano considerare equidistanti tra destra e sinistra, quasi fossero il nuovo centro: si dovrà ben tenere presente la differenza tra chi ha realizzato e gestisce il capitalismo industrialista e chi, non essendone gestore, se ne mostra subalterno e spesso velleitario critico e pretendente alla successione.
Non è ancora detto che i "verdi" riusciranno a costruire, con la necessaria pazienza e laicità, un proprio progetto complessivo che vada oltre il rifiuto dell'esistente e oltre la sottrazione di consensi alla civiltà dominante. Può darsi che anch'essi cedano alla logica degli schieramenti, subordinandosi a quella preconfezionata o snaturando il proprio contributo con cadute integralistiche e settarie.
Ma è più probabile che essi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni nuove e vecchie, dove - intorno all'ecologismo - accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (ed in particolare di quelle "settantottesche") si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'eguaglianza; il bisogno di identità di tradizione di "patria" particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell'iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell'"ente pubblico"; una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra...
Un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca ad esprimere bisogni "impolitici" e non toccati dalla consolidata polarizzazione politica, quale lo possono diventare i "verdi", è oggi più necessario che non l'ennesima variante del "rosso".
VERDI OLTRE
Pubblichiamo un documento un po' datato ma ancora molto attuale.
12 aprile 2006
VERDI OLTRE
Semplice decalogo (da entrare in un taschino, o da buttare nel cestino).
1) Perche' a molta gente onesta e perbene il solo nome Verdi fa paura? Fa pensare ai divieti di caccia, fa pensare alle dimostrazioni plateali contro la vivisezione o contro le pellicce? Forse occorre andare un poco oltre, cancellare questi sciocchi stereotipi cercando di dare un'immagine diversa, che non rinneghi affatto battaglie storiche ma sappia puntare di piu' sulle grandi sfide che ogni giorno e per tutti quanti mettono a repentaglio la qualita' della vita. Insomma, meno foca, piu' multinazionali.
2) Ho letto da dicembre ad oggi le liste di discussione interna, trovando cose molto molto interessanti e qualche diverbio di bottega. Anche qui, Verdi oltre. Ovvero, far capire di essere diversi, meno litigiosi, piu' compatti e propositivi. Una banale annotazione metodologica, ma son le gocce che scavano la pietra.
3) Cosa sono i Verdi nel terzo millennio? Semplicemente quello che erano nel precedente, mentre tutti gli altri hanno dovuto cangiar pelle. Ma proprio perche' i Verdi non hanno avuto e non hanno necessita' di grandi camuffamenti, occorre non smarrire quello spirito pionieristico, inseguendo chimere politiche che se avevano un senso il millennio precedente, non ne hanno più in quello attuale. Mi riferisco al comunismo, declinato nelle svariate e anacronistiche accezioni (Prc, Pdci, etc etc). Verdi oltre.
4) Messi (un po' brutalmente) a tacere i movimenti no-global, vera novità degli ultimi anni, peraltro colpevoli in certe frange di voler replicare assurdamente il '68 non comprendendo di essere molto piu' avanzati ed efficaci, i Verdi devono restare con caparbieta' a sventolare la bandiera della critica profonda alla globalizzazione, in tutte le sue forme ed aspetti. Bio-localismo, l'ha chiamato Kirkpatrick Sale, o anti-sviluppismo per dirla invece alla Pasolini. Perche', non dimentichiamolo, sinistra e destra, ovvero marxismo e liberalismo, sono due arcate di un ponte che si tengono, entrambe figlie del positivismo fanno della crescita economica un totem a cui tutto sacrificare. I Verdi no, sono e devono essere oltre. Avere il coraggio di interpretare ed orientare le nuove tesi sulla "decrescita felice", sulla contestazione della tecnocrazia moderna, facendolo dal di dentro, come la pulce di Trilussa che ingrippa il meccanismo.
5) Quando il messaggio e' dirompente, e questo con ogni evidenza lo e', non c'e' bisogno di messe in scena folcloristiche, o sceneggiate chiassose, anzi, come insegna ogni buon manuale di comunicazione, ad idee con contenuti "rivoluzionari", e' opportuno associare forme di propalazione molto civili e legalitarie sebbene inflessibili e determinate.
6) No al progressismo, si' alla sobrieta', no al consumismo si' all'autarchia, no a Marx, si' a San Francesco, questo con colpevolissima sintesi la filosofia sotto forma di slogan per condurre i Verdi parecchio oltre. Riciclare va bene, le fonti energetiche alternative e rinnovabili vanno benissimo, ma il nocciolo del problema e' consumare meno (e magari consumare tutti), lavorare meno (e magari lavorare tutti), insomma sentir dire ad una trasmissione di analisi politica questa semplice frase: "Io prometto di abbassare il PIL e al contempo farvi stare tutti meglio". Che scandalo.
7) I veri trasgressori dell'epoca moderna sono coloro che non trasgrediscono, da questo persino lapalissiano assunto c'e' bisogno di partire per tornare a creare nel consorzio umano rapporti maggiormente improntati alla regole "sacre" della natura, come sostengono alcune belle culture animiste dell'africa. Questo per dire che non e' necessario sbattere in faccia un gay-pride per dare segnali di anticonformismo, anzi... Anche qui urge un po' andare oltre e Pacs e' forse meglio scriverlo prima con la "x"!
8) Andare oltre per i Verdi significa anche smascherare tutte le anime belle che sono tollerantissime coi diversi purche' somiglino a noi: quindi ben venga il voto agli extracomunitari (urna non olet), ma guai se intendono conservare le loro tradizioni, il caso del burqa o delle scuole islamiche e' paradigmatico. Che tristezza un mondo in bianco e nero, che bello invece un mondo a colori, senza che a nessuno siano imposte culture che non gli appartengono (il voto qua in Italia come in Iraq, e' una violenza su tante organizzazioni sociali che non solo non lo contemplano, ma non ne conoscono neanche il concetto, studiarsi il mondo arabo non guasterebbe prima di appiccicare le nostre categorie di pensiero su mondi altri!). La societa' americana, o, come lo chiamano, l'american way of life, deve costituire l'esempio negativo su come orientare la bussola politica, sociale, economica. E' vero che l'America produce il pessimo e l'ottimo, Bush e Nader per esempio, ma l'Europa se vuole avere un senso, al di la' della opaca BCE, e' quello di rappresentare un modello diverso e alternativo rispetto a quello anglosassone. Idem dicasi per l'ormai vetusta se non addirittura decrepita Nato. Mi pare comunque che in questo senso i Verdi europei siano gia' oltre.
9) Non essere autoreferenziali, non voler fare i presuntuosi, i sapienti, aprirsi a contributi esterni. Soprattutto non fare politica d'elite, quasi crogiolandosi d'esser per pochi e non per tutti. Oltre. Chi reputa le idee e gli ideali piu' importanti di se stesso e del proprio ruolo non fa fatica a cercare di veicolare quelle idee e quegli ideali il piu' possibile, a cercare di raggiungere piu' persone possibile, persuaderne uno per convincerne cento (non Paolo Cento, ancora un po' ibernato a Lotta Continua!). Chissa' che non abbia qualche ragione Curzio Maltese quando sostiene che se Beppe Grillo fosse leader dei Verdi, avremmo oltre il 10% dei consensi.
10) Non arrabbiarsi per quanto scritto in tutte le righe precedenti! Nell'auspicio che siano almeno un po' più contagiose di quanto (per fortuna) non lo è stata l'aviaria finora...
I VERDI DI FRONTE ALLO SPECCHIO
16 maggio 2008
Non tacciateci per eretici, anche se eresia e apostasia sono accuse tutt'ora molto elargite (da alcune Chiese e non solo...), ma vi confessiamo che leggendo le varie opinioni ci viene in mente Ezra Pound quando scriveva: "Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui".
Al di là della figura di Pound e delle indebite appropriazioni postume, non guardate il dito ma la luna, mi pare che si attagli perfettamente al momento attuale del nostro movimento.
A Roma si è compiuta metà dell'opera, ed è giusto darne il merito a Roggiolani, Saponaro etc perché le loro iniziative sono state determinanti nell'archiviazione definitiva dell'era Pecoraro Scanio (e forse anche di qualche suo sodale). Ma il problema non era solo cambiare il Portavoce, anzi adesso ahinoi Presidente, ma quello di un ricambio totale. Che non c'è stata la forza o il coraggio di attuare.
Diciamo questo non per spirito vendicativo, ma perché scaricare tutte le colpe su una persona è in Italia sport diffuso, e la responsabilità di aver intruppato i Verdi in intese "geneticamente modificate", riducendoli così non solo all'extra-parlamentarismo ma, peggio, alla marginalità politica, è responsabilità dell'intera classe dirigente verde.
Insomma, è normale che un soggetto politico, nel momento in cui vince nella società (oggi la coscienza eco-ambientalista non è più di nicchia, per fortuna!), scompare dalla scena politica. Vi pare normale?
Quando, qualche anno fa, si affermò nell'agenda politica italiana il tema tabù del federalismo, chi dalla fine degli anni '70 ne aveva fatta - bene o male - la propria bandiera, raccolse la conseguente e legittima messe di consensi.
E i Verdi? Vincitori sconfitti. Beh, non si può non riflettere con rigore su questo e non fare una seria autocritica.
Ripetiamo quanto già scritto e, per la verità, suffragato da parecchie email di condivisione. I Verdi italiani, come il resto dei Verdi in Europa, hanno tutte le credenziali, una volta rinnovatisi in profondità, per proporre la propria faccia all'elettorato. Non hanno nulla di cui vergognarsi. Ai cittadini a giudicarli. Perché allora nascondersi dietro tatticismi col fiato corto, come quelli già tristemente sperimentati col "Girasole" o con l' "Arcobaleno"? La legge elettorale per le amministrative non penalizza la pluralità, quella nazionale non ci riguarderà per almeno cinque anni...
Qualcuno scrive che non dobbiamo pensare all'autosufficienza. Verissimo, ma autosufficienza ed autonomia non cose diverse. Nessuno dice che i Verdi non debbano dialogare, ovunque possibile, con la sinistra, con l'IdV, con il Pd o, meglio ancora, con le liste civiche (Gruppi di Grillo, Movimento per la Decrescita, Per il Bene Comune, etc etc), ma questo non deve significare abdicare alla propria identità e peculiarità. Il buon vecchio slogan sindacale: marciare separati e colpire uniti, rammentate?
Noi pensiamo a dei Verdi molto meno ingessati rispetto a quanto lo siano stati fino ad oggi. Flessibili sul territorio, come si è affermato anche a Roma, ma non negli obiettivi. Rappresentativi della galassia associazionistica che si richiama ai valori del rispetto della natura, della terra, dell'aria e di ogni forma vivente. Capaci di esprimere un vigore nuovo sostenuto da passioni antiche. Capaci di dire robusti "no" e ponderati "invece". Capaci di correggere "l'ambientalismo del fare" con "l'ambientalismo dell'ascoltare". Capaci di capire che la legalità è condizione essenziale e che gli indulti spezzano il patto sociale fondato sulla certezza della pena. Capaci anche di spiegare che, forse, la modernità è oggi molto invecchiata!
Certo, questo significa ripartire dall'elaborazione culturale e politica prima che dall'alchimia delle alleanze o delle fusioni a freddo. Dagli uomini prima che dalle poltrone. Sapremo farlo in vista dei prossimi appuntamenti? Sapremo far contare le idee prima delle truppe cammellate? Perché... "Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui".
MOBILITAZIONE DAL BASSO PER AZZERARE IL VERTICE DEI VERDI E RIPARTIRE DA UN COMITATO DI RESISTENZA ECOLOGISTA
4 maggio 2008
Cari amici, scriviamo all'indomani dell'ennesima batosta del "veltronismo", ovvero la netta vittoria di Alemanno su Rutelli a Roma, che segue di appena due settimane la vittoria del Berluska affermatosi nel Paese (esattamente col vantaggio che i sondaggi gli attribuivano dopo la caduta del Governo Prodi, colpito dal solito fuoco amico diessino). Nel frattempo abbiamo anche assistito alla liquefazione della Sinistra Arcobaleno, vittima di tanti troppi errori prima e durante la campagna elettorale. Un progetto raffazzonato, dal sapore stantio, che è apparsa come "quelli del no", quando invece di "no" vigorosi ne son stati detti molto pochi e soprattutto non si è mai dettata l'agenda elettorale. Senza neanche apparire come la vera alternativa al liberismo. Col risultato che le persone hanno disertato le urne, oppure hanno votato la Lega come unico argine a questa globalizzazione devastante. Insomma un fallimento completo che, logicamente, ha già prodotto il fuggi-fuggi: Rifondazione, condotta ora da Ferrero, riprende la sua autonomia, il Pdci torna ai suoi sepolcri imbiancati e la Sinistra Democratica comincia a strizzare l'occhio agli ex compagni del Pd.
Ma scriviamo anche all'indomani della grande iniziativa promossa da Beppe Grillo per la raccolta di firme su tre referendum: 1) abrogazione del finanziamento pubblico all'editoria, che così viene tenuta al gancio; 2) abrogazione dell'ordine dei giornalisti, unico caso il nostro in tutto il mondo occidentale; 3) abrogazione della cosiddetta Legge Gasparri che ha blindato il duopolio Rai/Mediaset.
In un fine settimana, nel silenzio significativo dei mass media, sono state raccolte quasi 1.300.000 firme, cioè oltre 400.000 per ciascun quesito, molto vicini quindi al tetto del mezzo milione richiesto. Ma ci sono 60 giorni per continuare a firmare in ogni Comune o Circoscrizione.
Abbiamo ricordato tutto questo, chiedendo scusa della prolissa... sommarietà, per avere un quadro d'insieme e perché noi Verdi siamo adesso sul crinale fra la vita e la morte. Un bivio, o chiudere la saracinesca o cambiare la gestione. Altra alternativa non c'è.
Per questo, prima ancora di delineare strategie, prima ancora di avviare la macchina (un po' sospetta) dei tesseramenti pre-congressuali, crediamo che sia vitale mettere in mora l'attuale classe dirigente nazionale dei Verdi. Nessuno escluso. Sebbene sia vero che c'è sempre un gradiente diverso di responsabilità, e il Presidente ha quella maggiore, nessuno in questi anni ha avuto capacità e coraggio per dire che ai Verdi si stava facendo fare la fine dei panda (per citare una bella vignetta di Vauro ad Annozero). Pertanto non adottiamo ora la solita soluzione all'italiana che paga uno per tutti. Ognuno di loro potrà, naturalmente, continuare a dare il proprio importante contributo, ma da semplici iscritti. Tutti sono necessari nessuno è indispensabile!
La situazione è comunque così grave che, a giudizio di parecchi, occorre adesso pensare ad un vero e proprio "comitato di resistenza ecologista" che ponga le prime basi per una rinascita della federazione delle Liste Verdi.
La proposta, nata da infinite chiacchiere con amici simpatizzanti o iscritti è la seguente: dar vita a questa reggenza straordinaria costituita - fra gli altri - da rappresentanti delle principali associazioni ecologiste, che finora pochissimo sono state coinvolte nella vita dei Verdi; tornare quindi ad essere movimento politico capace di dare rappresentanza idonea al vasto mondo eco-ambientalista, affidare il coordinamento di questo organismo dirigente a Maurizio Pallante, ecologista d.o.c. e fondatore in Italia della rete per la decrescita felice.
Inoltre, potremmo proporre a Beppe Grillo una sorta di presidenza onoraria, quanto meno pro-tempore, dei Verdi. Beppe, con tutti i limiti che, per carità, anche lui come chiunque può avere, ha la più grande qualità oggi indispensabile per una forza come la nostra: ovvero la capacità di parlare in modo semplice (e ironico, che non guasta rispetto ai tristi Soloni del centro-sinistra) di cose complesse. Superato ogni imbarazzo col fatto che ormai i Verdi sono un soggetto extra-parlamentare, lo stesso Grillo ha bisogno di un contesto di elaborazione politica che implementi la sua iniziativa di riforma del sistema. Come scrisse Curzio Maltese qualche mese fa su Repubblica (con malcelato timore), se Grillo fosse la locomotiva dei Verdi catalizzerebbero assieme un buon 10% di consenso.
Occorre tuttavia che, in vista del Consiglio nazionale del 10-11 maggio a Roma, si metta in moto una grande mobilitazione della base, che faccia circolare queste proposte oppure altre migliori. Chi ne è capace può creare una petizione via internet, ognuno può inoltrarla alle proprie mailing-list, chi gestisce dei siti può dare la massima visibilità, i circoli dei Verdi, anche i più piccoli, sparsi per l'intera penisola possono esporre a bella mostra negli spazi di cui dispongono questa proposta, ognuno può parlarne ad amici, parenti e conoscenti, etc etc.
Devono sentirsi il fiato sul collo quando si riuniranno al Residence Ripetta.
Ripartire con lo spirito delle origini. E' l'ultima chance, per non gettare alle ortiche un progetto politico davvero innovativo e tutto quanto di buono sul territorio è stato fatto finora.
Nuove facce, nuove menti, antica passione, appunto per non tirare giù la saracinesca e fare dei Verdi un forte movimento politico, capace di intercettare la sempre più diffusa coscienza ambientalista; non un partitino d'élite, ma un punto di riferimento popolare, popolano, integerrimo e indispensabile.
PROPOSTA PER UN RICAMBIO TOTALE DEI VERTICI DEI VERDI:
- Costituzione di un Comitato di resistenza ecologista con rappresentanti di tutto l'associazionismo ecoambientalista
- Coordinamento affidato a Maurizio Pallante
- Presidenza/portavoce da proporre a Beppe Grillo
- Rilanciare le Liste Verdi sul territorio, secondo una struttura federalista
LE ELEZIONI, IL FUTURO E I VERDI
27 marzo 2008
Il dibattito avviato da Claudio e poi ripreso da Fabio, Alessio, Mauro, Gianni e molti altri amici Verdi ci stimola ad intervenire.
La scelta di aderire alla coalizione "la Sinistra l'Arcobaleno" è stata, a nostro avviso, scelta di testa prima che di cuore.
La rassegnata razionalità di portare qualche contributo all'iniziativa politica che ha più chance di fare da contrappeso alla deriva "nullista" del Partito (sedicente) Democratico e del Partito della (sedicente) Libertà risponde certo ad una logica comprensibile ma desolata. Comprensibile soprattutto per la fallimentare classe dirigente nazionale dei Verdi, quale ultima opportunità di salvaguardare qualche strapuntino, che peraltro alla causa servirà a ben poco.
Tuttavia la bici - per ora - è questa, sempre meglio che andare col cappello in mano da qualche altra parte, come hanno fatto con poca fortuna alcuni esponenti del nostro movimento. Finendo a dare copertura all' "ambientalismo del fare"... Tav, inceneritori, autostrade, centri commerciali, etc etc.
Di sicuro, qualunque sarà il risultato elettorale, dopo saranno rogne per i Verdi. Se l'alleanza elettorale avrà riscontro positivo, ma ne dubitiamo, tenderà in via naturale a trasformarsi da coalizione in federazione e presto in partito, nel quale la quantità e - diremmo - la qualità della rappresentanza ecologista sarà modesta, mentre l'identità marxista gioco-forza predominante. Se viceversa "la Sinistra l'Arcobaleno" rappresenterà il 14 aprile meno del 9/10% degli italiani si innescherà una spinta centrifuga che spingerà qualcun'altro verso i soliti democratici (si fa per dire), altri ad intrupparsi sotto le bandiere rosse, altri ancora, forse, a coltivare l'idea, a nostro giudizio assennata, di rifondare le Liste Verdi con condizioni politiche apparentemente complicate, in realtà ottimali per recuperare una peculiarità unica nel panorama politico, soprattutto a livello locale. Ripartendo dalle piccole periferie per arrivare ai grandi centri. Dalla campagna alla città.
Come si dice: meglio soli che male accompagnati!
Una cosa è certa, le ragioni di un movimento ecologista, propugnatore di un nuovo modello sociale non più fondato sull'assioma artificiale dello sviluppo, della crescita, del P.i.l., ci sono oggi più ancora che negli anni '80 o '90. La coscienza ambientalista che si dice, ai giorni nostri, diffusa è spesso pelosa e ipocrita, da botte piena, moglie ubriaca e uva nella vigna. Fasulla.
Insomma, comunque sia, dal 14 aprile saranno rogne, ma chissà che all'orizzonte fra i nuvoloni non faccia capolino una spera di sole.





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