LANGER: VERDI NE' A DESTRA NE' A SINISTRA MA AVANTI
Perché gli ecologisti non sono né di destra né di sinistra
di Alex Langer
Nel 1985 Alex Langer, introducendo a Firenze l'assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, affermò che gli ecologisti "non sono né di destra né di sinistra". Ci fu polemica allora, e polemica c'è tuttora verso quella definizione. Il verde o è rosso o non è, venne detto. Langer argomentò così la sua posizione.
Alcuni liquidano la questione destra/sinistra con un riferimento al totem ed al tabù. Al totem: "non si può essere verdi senza essere rossi"; chi non fosse riferibile ad una scelta "di sinistra" e non riconoscesse come suoi i totem della sinistra (la centralità della classe operaia? la priorità della contraddizione tra capitale e lavoro?), non sarà un vero verde.
Al tabù: “e chissà da chi sono pagati quei verdi”, che magari nascondono il socialdemocratico, il democristiano e, chissà, il fascista nelle proprie file e quindi si smascherano da sé. Sono nemici, non vogliono l'alternativa, si inquadrano nel gioco dei padroni. E fanno di destra e sinistra un sol fascio.
Fosse così semplice, sarebbe persino da stare allegri.
E invece è tutto terribilmente più complesso. Perché è assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole.
E poi bisognerà interrogarsi anche sull'utilità pratica di certe classificazioni, e trarne delle conseguenze.
Infine, converrà domandarsi come stabilire un fruttuoso dialogo tra verdi e rossi, senza pretendere di definire una netta linea di demarcazione e senza esigere professioni di devozioni agli schieramenti ereditari.
Cos'è oggi la sinistra e la destra?
In un mondo in cui la Cina chiama ingegneri stranieri per affidare a loro la ristrutturazione efficientista di certe fabbriche; in cui l'economia sommersa entra nell'orizzonte teorico e pratico degli economisti della socialdemocrazia austriaca; il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile. Per non parlare di politica estera e militare, dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.
È di sinistra quel che fa la sinistra (compresa le centrali nucleari, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perché danno lavoro...) o bisogna anche che ci sia qualcosa di "rosso" nei contenuti? È di sinistra l'insistenza per lo "sviluppo" (industrialismo, espansione, crescita del prodotto naz. lordo) e magari di destra la de-industrializzazione?
La delegittimazione dell'utopia socialista
Ma - si dirà - se per sinistra si intende uno schieramento sociale, o meglio, l'indicazione di una tradizione politico - culturale, non ci si può rifugiare nell'agnosticismo.
Vero. E per giunta la sinistra in Italia (anche perché all'opposizione) è stata in gran parte il terreno di coltura di quelle forze che oggi si preoccupano esplicitamente più della sopravvivenza della specie che non del trionfo della classe.
Questa sinistra, né unitaria, né sempre coerente, ha indubbiamente molti meriti in Italia. Ha contributo (ma non solo lei) all'emancipazione politica, sociale e culturale di larghi strati di popolazione; ha conquistato e via via saputo ampliare molti spazi democratici, a cominciare dalla resistenza contro il nazifascismo; si è battuta per significativi passi in avanti verso una maggiore giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale: ha generato (non sempre volontariamente) importantissimi ed incisivi movimenti di massa; si è dimostrata una fertile fucina di idee, di cultura.
Ma accanto a questi ed altri indubbi meriti, la sinistra ha contributo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi meccanismi, ed in ritirata un po' su tutto il fronte.
In particolare l'insistenza della sinistra sull'alternativa di governo come premessa di ogni processo di cambiamento sociale ha finito per premiare lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben poco alternativi - a costituire intorno a sé un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza sociale, non solo politica.
Oggi la mancanza di grandi progetti a sinistra e la perdita di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato" può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali.
Vecchio e Nuovo Testamento
Ed ora qualcuno vorrebbe che le nuove spinte che possono provenire da un'impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passassero per forza attraverso la cruna del dogma rosso e dello schieramento "di sinistra", quasi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione sociale.
In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso" al rapporto che i cristiani vedono tra il Nuovo e l'Antico testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. Anche ai primi cristiani, consapevoli di essere portatori di una carica innovativa radicale, qualcuno dalle loro stesse file chiedeva di vestire i panni della legge d'Israele e di rispettare la tradizione dei suoi profeti, e di situare la nuova predicazione sostanzialmente all'interno del mondo ebraico, pretendendo dai nuovi adepti (pagani) del Vangelo anche la circoncisione e la frequentazione del codice israelitico. "Non si può essere cristiani senza essere ebrei", decretavano questi custodi della tradizione. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, si sarebbe ridotto a diventare uno dei filoni (forse una delle sette) della tradizione israelita e ne avrebbe probabilmente seguito le sorti, compresa la distruzione del tempio e la diaspora.
Accettando invece di operare in campo aperto, tra i gentili, senza pretenderne la conversione all'ebraismo, il cristianesimo - pur non buttando alle ortiche il Vecchio testamento ed i suoi insegnamenti - è diventato quel fermento (positivo o negativo che lo si giudichi) epocale che si sa.
Senza voler forzare le analogie - dato che i paragoni sono spesso ingannevoli - vorrei affermare che 1) non è vero che il "verde" sia il naturale e scontato prolungamento della tradizione politico-culturale e del radicamento sociale dei "rossi"; 2) un affiancamento troppo stretto dei "verdi" ai "rossi" rischierebbe di sterilizzare una buona parte del potenziale dinamico che l'ecologismo ed il pacifismo può attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili.
La logica dei blocchi o di qua o di là
All'interno della sinistra assai spesso si ragiona con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, in fondo intende fare il gioco di qualcuno ("dell'altro blocco", a seconda del punto di vista). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. In questo senso ritengo che un ragionamento "verde" sia e debba essere trasversale rispetto alla tradizionale logica della sinistra e possa, anche per questo motivo, incentivare la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali.
Pensiamo allo statalismo assai radicato nella sinistra, o al suo sostanziale industrialismo, o alla forte inclinazione al centralismo, o al "lavorismo" che caratterizza la sinistra, o alla sua diffidenza verso l'individuo non organizzato, o ai temi ambientali (energia, edificazione sul territorio, trasporti, uso delle risorse, ecc.) o ad infiniti altri momenti fondanti di un ripensamento critico della civiltà attuale in chiave ecologica. Pretendere dai "verdi" di incamminarsi lungo i binari segnati dalla tradizione di sinistra o di considerare naturali alleati nelle possibili giunte o governi, mi parrebbe un grave errore, anche se non si può certamente negare che su molti altri valori - di democrazia, di giustizia sociale, di liberazione dallo sfruttamento, - ci potranno essere terreni comuni.
Anche se per tutto un periodo non breve l'approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai marcate tra "verde" e "rosso", ed i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla "fuoriuscita dall'industrialismo", sul sindacato e più in generale sulla concezione del "progresso", saranno assai dolorosi.
Ciò non significa né che i "verdi" si lancino in primo luogo contro la sinistra, né che essi si possano considerare equidistanti tra destra e sinistra, quasi fossero il nuovo centro: si dovrà ben tenere presente la differenza tra chi ha realizzato e gestisce il capitalismo industrialista e chi, non essendone gestore, se ne mostra subalterno e spesso velleitario critico e pretendente alla successione.
Non è ancora detto che i "verdi" riusciranno a costruire, con la necessaria pazienza e laicità, un proprio progetto complessivo che vada oltre il rifiuto dell'esistente e oltre la sottrazione di consensi alla civiltà dominante. Può darsi che anch'essi cedano alla logica degli schieramenti, subordinandosi a quella preconfezionata o snaturando il proprio contributo con cadute integralistiche e settarie.
Ma è più probabile che essi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni nuove e vecchie, dove - intorno all'ecologismo - accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (ed in particolare di quelle "settantottesche") si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'eguaglianza; il bisogno di identità di tradizione di "patria" particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell'iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell'"ente pubblico"; una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra...
Un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca ad esprimere bisogni "impolitici" e non toccati dalla consolidata polarizzazione politica, quale lo possono diventare i "verdi", è oggi più necessario che non l'ennesima variante del "rosso".
VERDI OLTRE
Pubblichiamo un documento un po' datato ma ancora molto attuale.
12 aprile 2006
VERDI OLTRE
Semplice decalogo (da entrare in un taschino, o da buttare nel cestino).
1) Perche' a molta gente onesta e perbene il solo nome Verdi fa paura? Fa pensare ai divieti di caccia, fa pensare alle dimostrazioni plateali contro la vivisezione o contro le pellicce? Forse occorre andare un poco oltre, cancellare questi sciocchi stereotipi cercando di dare un'immagine diversa, che non rinneghi affatto battaglie storiche ma sappia puntare di piu' sulle grandi sfide che ogni giorno e per tutti quanti mettono a repentaglio la qualita' della vita. Insomma, meno foca, piu' multinazionali.
2) Ho letto da dicembre ad oggi le liste di discussione interna, trovando cose molto molto interessanti e qualche diverbio di bottega. Anche qui, Verdi oltre. Ovvero, far capire di essere diversi, meno litigiosi, piu' compatti e propositivi. Una banale annotazione metodologica, ma son le gocce che scavano la pietra.
3) Cosa sono i Verdi nel terzo millennio? Semplicemente quello che erano nel precedente, mentre tutti gli altri hanno dovuto cangiar pelle. Ma proprio perche' i Verdi non hanno avuto e non hanno necessita' di grandi camuffamenti, occorre non smarrire quello spirito pionieristico, inseguendo chimere politiche che se avevano un senso il millennio precedente, non ne hanno più in quello attuale. Mi riferisco al comunismo, declinato nelle svariate e anacronistiche accezioni (Prc, Pdci, etc etc). Verdi oltre.
4) Messi (un po' brutalmente) a tacere i movimenti no-global, vera novità degli ultimi anni, peraltro colpevoli in certe frange di voler replicare assurdamente il '68 non comprendendo di essere molto piu' avanzati ed efficaci, i Verdi devono restare con caparbieta' a sventolare la bandiera della critica profonda alla globalizzazione, in tutte le sue forme ed aspetti. Bio-localismo, l'ha chiamato Kirkpatrick Sale, o anti-sviluppismo per dirla invece alla Pasolini. Perche', non dimentichiamolo, sinistra e destra, ovvero marxismo e liberalismo, sono due arcate di un ponte che si tengono, entrambe figlie del positivismo fanno della crescita economica un totem a cui tutto sacrificare. I Verdi no, sono e devono essere oltre. Avere il coraggio di interpretare ed orientare le nuove tesi sulla "decrescita felice", sulla contestazione della tecnocrazia moderna, facendolo dal di dentro, come la pulce di Trilussa che ingrippa il meccanismo.
5) Quando il messaggio e' dirompente, e questo con ogni evidenza lo e', non c'e' bisogno di messe in scena folcloristiche, o sceneggiate chiassose, anzi, come insegna ogni buon manuale di comunicazione, ad idee con contenuti "rivoluzionari", e' opportuno associare forme di propalazione molto civili e legalitarie sebbene inflessibili e determinate.
6) No al progressismo, si' alla sobrieta', no al consumismo si' all'autarchia, no a Marx, si' a San Francesco, questo con colpevolissima sintesi la filosofia sotto forma di slogan per condurre i Verdi parecchio oltre. Riciclare va bene, le fonti energetiche alternative e rinnovabili vanno benissimo, ma il nocciolo del problema e' consumare meno (e magari consumare tutti), lavorare meno (e magari lavorare tutti), insomma sentir dire ad una trasmissione di analisi politica questa semplice frase: "Io prometto di abbassare il PIL e al contempo farvi stare tutti meglio". Che scandalo.
7) I veri trasgressori dell'epoca moderna sono coloro che non trasgrediscono, da questo persino lapalissiano assunto c'e' bisogno di partire per tornare a creare nel consorzio umano rapporti maggiormente improntati alla regole "sacre" della natura, come sostengono alcune belle culture animiste dell'africa. Questo per dire che non e' necessario sbattere in faccia un gay-pride per dare segnali di anticonformismo, anzi... Anche qui urge un po' andare oltre e Pacs e' forse meglio scriverlo prima con la "x"!
8) Andare oltre per i Verdi significa anche smascherare tutte le anime belle che sono tollerantissime coi diversi purche' somiglino a noi: quindi ben venga il voto agli extracomunitari (urna non olet), ma guai se intendono conservare le loro tradizioni, il caso del burqa o delle scuole islamiche e' paradigmatico. Che tristezza un mondo in bianco e nero, che bello invece un mondo a colori, senza che a nessuno siano imposte culture che non gli appartengono (il voto qua in Italia come in Iraq, e' una violenza su tante organizzazioni sociali che non solo non lo contemplano, ma non ne conoscono neanche il concetto, studiarsi il mondo arabo non guasterebbe prima di appiccicare le nostre categorie di pensiero su mondi altri!). La societa' americana, o, come lo chiamano, l'american way of life, deve costituire l'esempio negativo su come orientare la bussola politica, sociale, economica. E' vero che l'America produce il pessimo e l'ottimo, Bush e Nader per esempio, ma l'Europa se vuole avere un senso, al di la' della opaca BCE, e' quello di rappresentare un modello diverso e alternativo rispetto a quello anglosassone. Idem dicasi per l'ormai vetusta se non addirittura decrepita Nato. Mi pare comunque che in questo senso i Verdi europei siano gia' oltre.
9) Non essere autoreferenziali, non voler fare i presuntuosi, i sapienti, aprirsi a contributi esterni. Soprattutto non fare politica d'elite, quasi crogiolandosi d'esser per pochi e non per tutti. Oltre. Chi reputa le idee e gli ideali piu' importanti di se stesso e del proprio ruolo non fa fatica a cercare di veicolare quelle idee e quegli ideali il piu' possibile, a cercare di raggiungere piu' persone possibile, persuaderne uno per convincerne cento (non Paolo Cento, ancora un po' ibernato a Lotta Continua!). Chissa' che non abbia qualche ragione Curzio Maltese quando sostiene che se Beppe Grillo fosse leader dei Verdi, avremmo oltre il 10% dei consensi.
10) Non arrabbiarsi per quanto scritto in tutte le righe precedenti! Nell'auspicio che siano almeno un po' più contagiose di quanto (per fortuna) non lo è stata l'aviaria finora...





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