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O.D.G.: BIODIVERSITA' VERDE - DECRESCERE PER RISALIRE

di biodiversitaverde (23/06/2008 - 12:21)

Cari amici, assieme ad alcuni iscritti abbiamo buttato giù una bozza di Ordine del Giorno da presentare all’Assemblea provinciale dei Verdi di Firenze Sabato 28 giugno, convocata, come sapete, per discutere i documenti congressuali e votare (Domenica 6 luglio) i delegati all'Assemblea nazionale di Chianciano.

Il testo, che si spera abbiate la curiosità e la pazienza di leggere qua di seguito, non nasce né con secondi fini né con strategie machiavelliche, bensì come contributo di un gruppetto di aderenti di base che non rivestono incarichi particolari, ma che - in un momento così delicato per noi Verdi - non vogliono sottrarsi all’impegno e osservare inermi la crisi di tante speranze.

Chiunque può apportare il proprio contributo ai contenuti del testo, sottoscriverlo, oppure ancora comunicarci l'intenzione di presentarlo, in forma analoga, in altre Assemblee territoriali della Toscana o di qualunque Regione italiana.

Grazie.

 

ASSEMBLEA NAZIONALE (CHIANCIANO 18/20 LUGLIO 2008)

ORDINE DEL GIORNO CONGRESSUALE

“BIODIVERSITA’ VERDE - DECRESCERE PER RISALIRE”

 

Premessa

Il pianeta, inteso come sistema ambientale, ed il mondo, come sistema relazionale, sono molto diversi da quella primavera del 1985 che vide un manipolo di pionieri costituire le prime Liste Verdi.

Acqua sotto i ponti ne è passata tanta, fin troppa. Tanto che persino ai fiumi ne è rimasta poca.

Oggi le ragioni che spinsero quelle persone sensibili alla difesa del territorio, della sua flora e della sua fauna non sono certo venute meno, anzi sono forse ancora più stringenti.

Se i primi ecologisti non fossero stati osservati con stupore, talvolta persino con derisione, come dei Marziani, adesso non saremmo qua sommersi dai rifiuti, assediati dagli inceneritori, tra il cicaleccio del ritorno al nucleare, col petrolio che a fine anno raggiungerà i 200 Dollari al Barile, vedendo l’acqua (nuovo oro blu) passare in mano a Società per Azioni quotate in borsa, e se qualcuno non chiude anche il rubinetto dell’aria -come capita all’attore Ivano Marescotti in un surreale film- è solo perché quella delle nostre città fa talmente ribrezzo che nessuno si sognerebbe mai di appropriarsene.

In un contesto del genere, è evidente che alcuni paradigmi e strategie del passato diventano tristemente obsoleti.

Il calco pesante di questa epoca

Le direttrici di marcia proposte con lungimiranza già vent’anni fa appaiono oggi indispensabili ma non più sufficienti: fonti di energia «rinnovabile» o tecnologie ancor più sofisticate per poter avere uno «sviluppo sostenibile». Dobbiamo trovare il coraggio e la franchezza per guardarci negli occhi e ammettere che non può esistere alcun «sviluppo sostenibile». In letteratura si chiamerebbe ossimoro. Questo Sviluppo, così come è stato concepito dalla rivoluzione industriale in poi, è per definizione insostenibile. Ogni suo ulteriore incremento, comunque ottenuto, conduce ancor più velocemente alla rovina ecologica. È illusorio pensare di salvare la capra e i cavoli, lo Sviluppo ma anche l'ambiente, con il ricorso a fonti di energia «alternative». Qualsiasi fonte di energia usata in modo massivo è inquinante. Se al posto del petrolio e dei combustibili fossili si userà l'idrogeno, tanto caro al tecnologico Rifkin, si alleggerirà l'ecosistema in un punto ma lo si appesantirà comunque in qualche altro. Senza contare che la conversione di una fonte di energia in un'altra esige tutta una serie di adattamenti sistemici che non possono esser ottenuti che usando altra energia. Cosicché, se nel particolare si ottiene una riduzione dell'inquinamento da due a uno, a livello sistemico lo si quadruplica. E invece di risolvere il problema lo si aggrava. Basti pensare all’esempio delle moderne autovetture, hanno standard di inquinamento più bassi rispetto alle generazioni precedenti, eppure il problema dell’inquinamento dovuto alla produzione di CO2 e alle polveri sottili emesse dai motori a scoppio cresce esponenzialmente ovunque, aumentando di anno in anno -in ossequio al P.I.L.- il loro parco circolante, il loro uso e abuso.

«La tecnologia» ha detto una volta il filosofo della Scienza Rossi «per ogni problema che risolve ne apre altri dieci ancor più complessi con un effetto moltiplicatore».

Ci siamo dimenticati dell'entropia, della seconda legge della termodinamica che Carnot enuncia nel 1824 a proposito dei flussi di calore delle macchine a vapore e che nel 1860 il fisico tedesco Clausius estese alla produzione di tutte le forme di energia. Per non dire, molto prima, di Democrito.

Tutto ciò perché in Occidente (e da qualche anno anche in oriente) non ci si vuole, o non si può, rassegnare a una società in cui lo sviluppo, la produzione di beni, il consumo, l'economia, il Prodotto Interno Lordo, non siano in costante crescita.

E invece l'unica soluzione, se non vogliamo distruggere definitivamente l'ecosistema che ci ha dato e ci dà la vita, è la "Decrescita": dei consumi, della produzione, dell'economia. Noi dobbiamo ridurre drasticamente i nostri livelli di vita, anche perché il cosiddetto benessere -andando anche oltre la questione dell'inquinamento, che è solo la più immediatamente percepibile da chiunque- si è rivelato uno straordinario malessere esistenziale.

In altri tempi sono state guerre, pestilenze, o altre tragiche catastrofi a ripristinare, per eterogenesi dei fini, il ciclo della natura all'organizzazione umana. Per cui, come ad una estate di raccolta segue un autunno ed un inverno di riposo per preludere di nuovo ad una primavera di rigoglio, così veniva smorzata la concezione malata di uno “Sviluppo” come linea retta tendente all'infinito.

La battaglia politica, per chi ha in odio le guerre, massimamente quelle vigliacche moderne, è quella di coltivare la saggezza dell'uomo. Saggezza, se non più oramai istintuale almeno aiutata dai morsi della crisi economica galoppante, capace di indurre a stili di vita più sobri e, perché no, più gratificanti.

Dobbiamo lottare per affermare nelle condotte individuali e collettive il concetto di limite contro una “ùbris” (onnipotenza) dilagante -come ad esempio la scienza che si fa scientismo, cioè la più intollerante religione-, per affermare non solo i diritti inviolabili della persona ma ancor prima i doveri inderogabili verso la comunità.

Risultano essere, pertanto, logore le categorie di sinistra e destra figlie della medesima matrice positivista. Altro che Marx o Smith, è San Francesco il vero rivoluzionario d'oggi giorno!

I Verdi, un grande futuro dietro di noi

Dopo aver volato un po’ sopra il rasoterra quotidiano, planiamo verso le miserie contingenti del nostro movimento. Intanto, una precisazione nominale: movimento. I Verdi hanno percorso la parabola canonica che va dallo slancio spontaneistico, alla strutturazione movimentista infine alla involuzione partitica. Parabola, a dire il vero, abbastanza comune ad ogni soggetto politico.

Non intendiamo qua rammentare tutte le tappe di un percorso complicato, controverso, difficile e, in sintesi, paragonabile alla vita di un’ortensia, generosa ma fragile.

Ci limiteremo alle vicende più recenti. L'ultima dirigenza dei Verdi, e per tale intendiamo riferirci all'intero Esecutivo nazionale, conscio delle proprie incapacità nel non aver saputo far splendere il Sole che ride, ha deciso -senza voci ufficialmente contrarie- l'ultimo dilaniante suicidio: allearsi con spezzoni di sinistra allo sbando e dare vita ad un'alleanza raffazzonata e improvvisata, senza progetti né presupposti, senza forza né entusiasmo. Solo ed esclusivamente per salvare la pelle. La propria.

Una grande parte degli attivisti, di coloro che dedicano tempo ed energie senza avere né desiderare poltrone di sorta, ha espresso tanti dubbi, qualcuno se ne è andato (spesso più per interesse che per idealità), qualcun altro ha tirato i remi in barca (per desolazione), altri hanno dato il loro contributo (alcuni solo per lealtà, altri sicuramente con convinzione).

Il 14 aprile scorso una disfatta. Di quelle bocciature che di rado la politica italiana ha conosciuto. Epica. Dal 12% fantasticato al 3% ottenuto, i tre quarti dei votanti ha detto con vigore: state sbagliando tutto! Chi ancora non lo ha capito, o ha perduto completamente la lucidità politica o ha smarrito ogni senso della democrazia. Tertium non datur.

Dobbiamo perciò ripartire da quel 14 aprile, che ha visto anche l'altrettanto sonora batosta del progetto veltroniano di isolamento di un Pd che vuol farsi copia patetica del Pdl.

Occorre adesso recuperare la nostra autonomia rispetto ad ogni altra forza politica. Che non significa, ovviamente, presuntuosa autosufficienza, ma bensì fatica, radicamento, umiltà e orgoglio. Così come lottiamo contro gli organismi geneticamente modificati in natura, alla stessa stregua e con lo stesso vigore dobbiamo lottare contro gli accordi “geneticamente modificati” in politica. Essere eletti o stare nei governi non è un dogma, è uno strumento di azione molto importante ma efficace solo se utilizzato bene, concretamente, altrimenti persino controproducente, poiché assumi responsabilità e susciti aspettative alle quali non ti dimostri all'altezza, perdendo ogni credibilità.

Questa mozione politica vuole essere molto chiara e molto netta sulle prospettive future dei Verdi. Tanto che non useremo giri di parole o eufemismi, andando al cuore del problema.

Chi vi aderisce indica e rivendica questo percorso: rilanciare le Liste Verdi sul territorio, partendo dalle realtà comunali e coprendo ogni angolo pure il più recondito del Paese, articolandoci anche in orizzontale attraverso gruppi tematici, e infine nessuna fusione o confluenza con altri soggetti politici.

Prioritariamente deve essere avviato un confronto con quanto sta emergendo nella società volto a rigenerare la politica e individuare nuove piattaforme, primi fra tutti i "Meetup" di Beppe Grillo, i Circoli per la Decrescita di Maurizio Pallante, e la rete dei Comitati di Alberto Asor Rosa. La prospettiva è di far politica assieme, fornendo loro una sede di elaborazione consolidata, una cultura anche di governo, un momento di sintesi e, soprattutto, un’iniziativa di coordinamento. Altrettanto s'impone nei confronti del ricco e variegato mondo eco-ambientalista che non trova più, se mai l'ha davvero trovato, nei Verdi il naturale riferimento.

Viene altresì ribadita la necessità di un dialogo con il resto del quadro politico, con le forze della sinistra marxista (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) e riformista (Partito Democratico e Sinistra Democratica), ma anche con l'Italia dei Valori interprete della diffusa esigenza di legalità; tuttavia non soltanto con essi. Ragionare a 360°, occasione per occasione, luogo per luogo, ma sempre con la nostra dignità e specificità. Preservando e valorizzando la "biodiversità verde".

Se non potremo cambiare questo povero mondo, se non ce ne sarà data la forza per sventura o per colpa, almeno non sarà esso a cambiare noi, omologandoci al peggio.

 

PER CONTRIBUIRE A MIGLIORARE O SOTTOSCRIVERE QUESTO DOCUMENTO (OPPURE PER PROPORLO NELLA VOSTRA PROVINCIA D'ISCRIZIONE):

SCRIVETE IN 'COMMENTA' QUA SOTTO, OPPURE 

 

Email: biodiversitaverde@dada.net - Fax provv: 02/700417166

 

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Il testo, che si spera abbiate la curiosità e la pazienza di leggere qua di seguito, non nasce né con secondi fini né con strategie machiavelliche, bensì come contributo di un gruppetto di aderenti di base che non rivestono incarichi particolari, ma che - in un momento così delicato per noi Verdi - non vogliono sottrarsi all’impegno e osservare inermi la crisi di tante speranze.

Chiunque può apportare il proprio contributo ai contenuti del testo, sottoscriverlo, oppure ancora comunicarci l'intenzione di presentarlo, in forma analoga, in altre Assemblee territoriali della Toscana o di qualunque Regione italiana.

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Premessa

Il pianeta, inteso come sistema ambientale, ed il mondo, come sistema relazionale, sono molto diversi da quella primavera del 1985 che vide un manipolo di pionieri costituire le prime Liste Verdi.

Acqua sotto i ponti ne è passata tanta, fin troppa. Tanto che persino ai fiumi ne è rimasta poca.

Oggi le ragioni che spinsero quelle persone sensibili alla difesa del territorio, della sua flora e della sua fauna non sono certo venute meno, anzi sono forse ancora più stringenti.

Se i primi ecologisti non fossero stati osservati con stupore, talvolta persino con derisione, come dei Marziani, adesso non saremmo qua sommersi dai rifiuti, assediati dagli inceneritori, tra il cicaleccio del ritorno al nucleare, col petrolio che a fine anno raggiungerà i 200 Dollari al Barile, vedendo l’acqua (nuovo oro blu) passare in mano a Società per Azioni quotate in borsa, e se qualcuno non chiude anche il rubinetto dell’aria -come capita all’attore Ivano Marescotti in un surreale film- è solo perché quella delle nostre città fa talmente ribrezzo che nessuno si sognerebbe mai di appropriarsene.

In un contesto del genere, è evidente che alcuni paradigmi e strategie del passato diventano tristemente obsoleti.

Il calco pesante di questa epoca

Le direttrici di marcia proposte con lungimiranza già vent’anni fa appaiono oggi indispensabili ma non più sufficienti: fonti di energia «rinnovabile» o tecnologie ancor più sofisticate per poter avere uno «sviluppo sostenibile». Dobbiamo trovare il coraggio e la franchezza per guardarci negli occhi e ammettere che non può esistere alcun «sviluppo sostenibile». In letteratura si chiamerebbe ossimoro. Questo Sviluppo, così come è stato concepito dalla rivoluzione industriale in poi, è per definizione insostenibile. Ogni suo ulteriore incremento, comunque ottenuto, conduce ancor più velocemente alla rovina ecologica. È illusorio pensare di salvare la capra e i cavoli, lo Sviluppo ma anche l'ambiente, con il ricorso a fonti di energia «alternative». Qualsiasi fonte di energia usata in modo massivo è inquinante. Se al posto del petrolio e dei combustibili fossili si userà l'idrogeno, tanto caro al tecnologico Rifkin, si alleggerirà l'ecosistema in un punto ma lo si appesantirà comunque in qualche altro. Senza contare che la conversione di una fonte di energia in un'altra esige tutta una serie di adattamenti sistemici che non possono esser ottenuti che usando altra energia. Cosicché, se nel particolare si ottiene una riduzione dell'inquinamento da due a uno, a livello sistemico lo si quadruplica. E invece di risolvere il problema lo si aggrava. Basti pensare all’esempio delle moderne autovetture, hanno standard di inquinamento più bassi rispetto alle generazioni precedenti, eppure il problema dell’inquinamento dovuto alla produzione di CO2 e alle polveri sottili emesse dai motori a scoppio cresce esponenzialmente ovunque, aumentando di anno in anno -in ossequio al P.I.L.- il loro parco circolante, il loro uso e abuso.

«La tecnologia» ha detto una volta il filosofo della Scienza Rossi «per ogni problema che risolve ne apre altri dieci ancor più complessi con un effetto moltiplicatore».

Ci siamo dimenticati dell'entropia, della seconda legge della termodinamica che Carnot enuncia nel 1824 a proposito dei flussi di calore delle macchine a vapore e che nel 1860 il fisico tedesco Clausius estese alla produzione di tutte le forme di energia. Per non dire, molto prima, di Democrito.

Tutto ciò perché in Occidente (e da qualche anno anche in oriente) non ci si vuole, o non si può, rassegnare a una società in cui lo sviluppo, la produzione di beni, il consumo, l'economia, il Prodotto Interno Lordo, non siano in costante crescita.

E invece l'unica soluzione, se non vogliamo distruggere definitivamente l'ecosistema che ci ha dato e ci dà la vita, è la "Decrescita": dei consumi, della produzione, dell'economia. Noi dobbiamo ridurre drasticamente i nostri livelli di vita, anche perché il cosiddetto benessere -andando anche oltre la questione dell'inquinamento, che è solo la più immediatamente percepibile da chiunque- si è rivelato uno straordinario malessere esistenziale.

In altri tempi sono state guerre, pestilenze, o altre tragiche catastrofi a ripristinare, per eterogenesi dei fini, il ciclo della natura all'organizzazione umana. Per cui, come ad una estate di raccolta segue un autunno ed un inverno di riposo per preludere di nuovo ad una primavera di rigoglio, così veniva smorzata la concezione malata di uno “Sviluppo” come linea retta tendente all'infinito.

La battaglia politica, per chi ha in odio le guerre, massimamente quelle vigliacche moderne, è quella di coltivare la saggezza dell'uomo. Saggezza, se non più oramai istintuale almeno aiutata dai morsi della crisi economica galoppante, capace di indurre a stili di vita più sobri e, perché no, più gratificanti.

Dobbiamo lottare per affermare nelle condotte individuali e collettive il concetto di limite contro una “ùbris” (onnipotenza) dilagante -come ad esempio la scienza che si fa scientismo, cioè la più intollerante religione-, per affermare non solo i diritti inviolabili della persona ma ancor prima i doveri inderogabili verso la comunità.

Risultano essere, pertanto, logore le categorie di sinistra e destra figlie della medesima matrice positivista. Altro che Marx o Smith, è San Francesco il vero rivoluzionario d'oggi giorno!

I Verdi, un grande futuro dietro di noi

Dopo aver volato un po’ sopra il rasoterra quotidiano, planiamo verso le miserie contingenti del nostro movimento. Intanto, una precisazione nominale: movimento. I Verdi hanno percorso la parabola canonica che va dallo slancio spontaneistico, alla strutturazione movimentista infine alla involuzione partitica. Parabola, a dire il vero, abbastanza comune ad ogni soggetto politico.

Non intendiamo qua rammentare tutte le tappe di un percorso complicato, controverso, difficile e, in sintesi, paragonabile alla vita di un’ortensia, generosa ma fragile.

Ci limiteremo alle vicende più recenti. L'ultima dirigenza dei Verdi, e per tale intendiamo riferirci all'intero Esecutivo nazionale, conscio delle proprie incapacità nel non aver saputo far splendere il Sole che ride, ha deciso -senza voci ufficialmente contrarie- l'ultimo dilaniante suicidio: allearsi con spezzoni di sinistra allo sbando e dare vita ad un'alleanza raffazzonata e improvvisata, senza progetti né presupposti, senza forza né entusiasmo. Solo ed esclusivamente per salvare la pelle. La propria.

Una grande parte degli attivisti, di coloro che dedicano tempo ed energie senza avere né desiderare poltrone di sorta, ha espresso tanti dubbi, qualcuno se ne è andato (spesso più per interesse che per idealità), qualcun altro ha tirato i remi in barca (per desolazione), altri hanno dato il loro contributo (alcuni solo per lealtà, altri sicuramente con convinzione).

Il 14 aprile scorso una disfatta. Di quelle bocciature che di rado la politica italiana ha conosciuto. Epica. Dal 12% fantasticato al 3% ottenuto, i tre quarti dei votanti ha detto con vigore: state sbagliando tutto! Chi ancora non lo ha capito, o ha perduto completamente la lucidità politica o ha smarrito ogni senso della democrazia. Tertium non datur.

Dobbiamo perciò ripartire da quel 14 aprile, che ha visto anche l'altrettanto sonora batosta del progetto veltroniano di isolamento di un Pd che vuol farsi copia patetica del Pdl.

Occorre adesso recuperare la nostra autonomia rispetto ad ogni altra forza politica. Che non significa, ovviamente, presuntuosa autosufficienza, ma bensì fatica, radicamento, umiltà e orgoglio. Così come lottiamo contro gli organismi geneticamente modificati in natura, alla stessa stregua e con lo stesso vigore dobbiamo lottare contro gli accordi “geneticamente modificati” in politica. Essere eletti o stare nei governi non è un dogma, è uno strumento di azione molto importante ma efficace solo se utilizzato bene, concretamente, altrimenti persino controproducente, poiché assumi responsabilità e susciti aspettative alle quali non ti dimostri all'altezza, perdendo ogni credibilità.

Questa mozione politica vuole essere molto chiara e molto netta sulle prospettive future dei Verdi. Tanto che non useremo giri di parole o eufemismi, andando al cuore del problema.

Chi vi aderisce indica e rivendica questo percorso: rilanciare le Liste Verdi sul territorio, partendo dalle realtà comunali e coprendo ogni angolo pure il più recondito del Paese, articolandoci anche in orizzontale attraverso gruppi tematici, e infine nessuna fusione o confluenza con altri soggetti politici.

Prioritariamente deve essere avviato un confronto con quanto sta emergendo nella società volto a rigenerare la politica e individuare nuove piattaforme, primi fra tutti i "Meetup" di Beppe Grillo, i Circoli per la Decrescita di Maurizio Pallante, e la rete dei Comitati di Alberto Asor Rosa. La prospettiva è di far politica assieme, fornendo loro una sede di elaborazione consolidata, una cultura anche di governo, un momento di sintesi e, soprattutto, un’iniziativa di coordinamento. Altrettanto s'impone nei confronti del ricco e variegato mondo eco-ambientalista che non trova più, se mai l'ha davvero trovato, nei Verdi il naturale riferimento.

Viene altresì ribadita la necessità di un dialogo con il resto del quadro politico, con le forze della sinistra marxista (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) e riformista (Partito Democratico e Sinistra Democratica), ma anche con l'Italia dei Valori interprete della diffusa esigenza di legalità; tuttavia non soltanto con essi. Ragionare a 360°, occasione per occasione, luogo per luogo, ma sempre con la nostra dignità e specificità. Preservando e valorizzando la "biodiversità verde".

Se non potremo cambiare questo povero mondo, se non ce ne sarà data la forza per sventura o per colpa, almeno non sarà esso a cambiare noi, omologandoci al peggio.

 

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