Da L'espresso: Compagni SpA
COMPAGNI SPA
di Gianluca Di Feo – L’espresso del 4 dicembre 2008
Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia. L'ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d'affari. E rischia di travolgere le giunte rosse. Ora il Pd si trova a fare i conti con gli scandali
Quel parco "mi fa cagare da sempre". Quando il sindaco di Firenze vuole cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a Perugia, da Crotone a Trento, dall'Aquila a Foggia le inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse aprono una questione più profonda: mettono in discussione la capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro, sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Partito Democratico, stupisce la capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise con la destra e con speculatori d'ogni risma.
Le giunte traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano intrallazzi più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali, come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli; sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all'opuscolo sulla crociata anti-lavavetri dell'assessore fiorentino Graziano Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli, amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in rapporti troppo intimi con Salvatore Ligresti.
Inutile invocare la questione morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale. Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti. Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia "a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si inserisce anche lo stadio voluto da Diego Della Valle con rischi di ingorghi epocali.
Se Biagi si è dimesso, lo 'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere. Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35 anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i 200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di 600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama direttamente il braccio destro di Ligresti,Fausto Rapisarda. Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi telefoni per qualunque cosa".
Per Cioni non c'è il partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge, sembravano sentirsi protetti. L'inchiesta del nuovo procuratore capo Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è trasformato in una rissa. E l'inchiesta è solo agli inizi. Ogni giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con migliaia di telefonate scottanti da analizzare. Insomma, in Toscana si prepara un inverno di passione.
A Napoli il dramma si è già materializzato nella scelta estrema di Gianni Nugnes, l'ex assessore che si è ucciso dopo l'arresto per i disordini contro una discarica. Un politico che restava ancorato alla sua Pianura, il quartiere con il record di edifici clandestini. Dicono che si sia sentito isolato, chiuso in un angolo per le scelte di suoi ex colleghi. Come Enrico Cardillo, potente assessore al Bilancio, che con le sue dimissioni pare cercare riparo per sé e per il sindaco Rosa Russo Iervolino dal prossimo tsunami giudiziario. In due anni la giunta Iervolino ha già perso sette assessori, tutti azzoppati dalla magistratura e finora sostituiti con personaggi di alto livello. Le anticipazioni del 'Mattino' prefigurano un nuovo terremoto in quei palazzi infausti per la sinistra, dove solo dieci mesi fa naufragò il governo Prodi. Questa volta l'epicentro dovrebbe essere in municipio, tra le poltrone della Margherita. Al centro delle indagini c'è il potere di Alfredo Romeo, un superstite della vecchia Tangentopoli partenopea diventato il monopolista nella gestione di immobili pubblici e considerato vicino all'area di Francesco Rutelli. Il gruppo Romeo ha una rete di relazioni che arriva ovunque: cura persino la manutenzione del Quirinale, del Senato e del ministero dell'Economia. Gli hanno affidato centinaia di migliaia di case popolari e gran parte delle cartolarizzazioni: nel 2001 è stato pure incaricato di vendere lo stadio Olimpico. Gli atti giudiziari lo accusano di aver osato l'impossibile: fa lavori abusivi nella sua splendida villa di Posillipo e quando la procura mette i sigilli al cantiere, lui va avanti. E quando la magistratura lo denuncia, secondo un'inchiesta appena chiusa, un importante giudice si sarebbe mosso per convincere i colleghi ad archiviare la pratica.
Ma la questione Romeo potrebbe non essere solo campana. Le sue aziende arrivarono sul Campidoglio negli anni di Rutelli. Poi dalla giunta Veltroni hanno ottenuto il mega-appalto da 650 milioni per la manutenzione stradale, sospeso a fine agosto da Gianni Alemanno con il risultato di lasciare le strade costellate di buche e cantieri che hanno inghiottito fiumi di denaro. Sono disastri che mostrano come il problema non è solo etico: la malapolitica produce arretratezza, servizi inefficienti, sprechi. Se nel Lazio ci fosse un sistema moderno di smaltimento dei rifiuti, la convivialità alla vaccinara tra l'assessore Mario Di Carlo, già numero uno della Margherita, e il monopolista delle discariche forse avrebbe suscitato meno clamore. Invece di emergenza in emergenza la spazzatura dei romani continua a marcire nell'orrido di Malagrotta. O lo spettacolo finale del centrosinistra abruzzese, dove alla vigilia del voto la maggioranza colata a picco dall'arresto di Ottaviano Del Turco corre ad assumere in pianta stabile schiere di portaborse.
Non ci sono pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco Pd di Perugia Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un'inchiesta ha coinvolto i vertici dell'Autostrada A22, ipotizzando reati bipartisan: c'era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente Silvano Grisenti, legatissimo al governatore Pd della Provincia, Lorenzo Dellai. Grisenti viene accusato di corruzione, turbativa d'asta, tentata concussione per sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi familiari: è l'uomo della 'magnadora', la mangiatoia. Una grana a poche settimane dalle elezioni? Dellai l'ha trasformata in un punto di forza, costringendo l'indagato a dimettersi senza se e senza ma. La condanna politica ha trasmesso negli elettori un'immagine di pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1 dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni, si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell'ente presieduto da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico il commento dell'interessato: "Ho una famiglia numerosa".
'Tengo famiglia' è un argomento che funziona meglio dell'indulto: fa perdonare tutto. Così come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i favori concessi alla sua "segretaria particolare". L'ha assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l'ha poi nominata nel consiglio d'amministrazione di una municipalizzata, ma la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo: solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato documenti. Peccati veniali? Orazio Ciliberti è sotto processo per questa storiaccia e per un'altra vicenda, ma rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e vicepresidente nazionale dell'Anci.
Restano relegati in periferia anche i peccati d'omissione, veri o presunti. A Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico: il capogruppo Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è che questo scenario era stato denunciato un anno fa da Marilina Intrieri, all'epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare l'ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco Minniti, all'epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non c'entra: l'etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo delle procure. E allora a cosa si riduce la politica?
Perché tutta la mappa dell'Italia rossa è costellata di inchieste che rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l'Umbria. Il sindaco di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni con Carlo Carini, il re dell'asfalto. Nello scorso maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì, sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l'istruttoria non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri. Almeno per ora.
Genova invece si è appena ripresa dallo choc per la retata che a maggio fece traballare il sindaco Marta Vincenzi e le tolse letteralmente il sonno: "Quei cattivi guaglioni mi hanno pugnalato a tradimento". Gli investigatori sono partiti dal municipio e adesso scavano nelle attività di altri enti. Il peggio è passato? I magistrati potrebbero regalare un brutto Natale al centrosinistra ligure: è in arrivo la chiusura delle indagini, che toglierà il segreto su molti dossier. La storia è nota. Un industriale della ristorazione cerca di mettere le mani nel piatto delle mense cittadine, 26 mila pasti al giorno, e vuole "oliare il meccanismo". Sono finiti in carcere il portavoce della Vincenzi e due consiglieri comunali mentre due assessori indagati si sono dimessi. Solo pochi giorni fa è stato pubblicato il verbale di Massimo Casagrande, l'ex consigliere arrestato, che ricostruisce l'inizio della trama: "Era ancora in corso la campagna elettorale della Vincenzi. Roberto Alessio si dichiarò disponibile a dare un contributo. Ventimila euro. Nel frattempo chiese un nostro interessamento...".
Rispetto a questi scandali, la crisi sarda è storia diversa: è la sfida finale tra due modi di fare politica e costruire il consenso. La pancia del Pd si è mossa contro Renato Soru per logiche di partito più che affaristiche: l'entroterra non interessa ai palazzinari da spiaggia. Ma l'abitudine di trasformare i capanni agricoli in casette è diffusa nell'isola tra tutti i ceti urbani e rurali. Un mondo che Antonello Cabras, l'antagonista di Soru, conosce bene: è stato segretario del Psi negli anni Ottanta, poi presidente della Regione e parlamentare ds. Soru invece vola alto e vuole chiudere il suo impegno di tutela ambientale: le dimissioni dimostrano che è pronto a tutto, anche a proseguire senza il Pd. E il maltempo furioso di questi giorni, con alluvioni e frane, concretizza gli effetti disastrosi del 'mattone ovunque e comunque', diventando una sorta di spot per Soru. 'Piove, governatore virtuoso', ironizzano i suoi fan: forse l'unica eccezione alla slavina morale del centrosinistra.
O.D.G.: BIODIVERSITA' VERDE - DECRESCERE PER RISALIRE
Cari amici, assieme ad alcuni iscritti abbiamo buttato giù una bozza di Ordine del Giorno da presentare all’Assemblea provinciale dei Verdi di Firenze Sabato 28 giugno, convocata, come sapete, per discutere i documenti congressuali e votare (Domenica 6 luglio) i delegati all'Assemblea nazionale di Chianciano.
Il testo, che si spera abbiate la curiosità e la pazienza di leggere qua di seguito, non nasce né con secondi fini né con strategie machiavelliche, bensì come contributo di un gruppetto di aderenti di base che non rivestono incarichi particolari, ma che - in un momento così delicato per noi Verdi - non vogliono sottrarsi all’impegno e osservare inermi la crisi di tante speranze.
Chiunque può apportare il proprio contributo ai contenuti del testo, sottoscriverlo, oppure ancora comunicarci l'intenzione di presentarlo, in forma analoga, in altre Assemblee territoriali della Toscana o di qualunque Regione italiana.
Grazie.
ASSEMBLEA NAZIONALE (CHIANCIANO 18/20 LUGLIO 2008)
ORDINE DEL GIORNO CONGRESSUALE
“BIODIVERSITA’ VERDE - DECRESCERE PER RISALIRE”
Premessa
Il pianeta, inteso come sistema ambientale, ed il mondo, come sistema relazionale, sono molto diversi da quella primavera del 1985 che vide un manipolo di pionieri costituire le prime Liste Verdi.
Acqua sotto i ponti ne è passata tanta, fin troppa. Tanto che persino ai fiumi ne è rimasta poca.
Oggi le ragioni che spinsero quelle persone sensibili alla difesa del territorio, della sua flora e della sua fauna non sono certo venute meno, anzi sono forse ancora più stringenti.
Se i primi ecologisti non fossero stati osservati con stupore, talvolta persino con derisione, come dei Marziani, adesso non saremmo qua sommersi dai rifiuti, assediati dagli inceneritori, tra il cicaleccio del ritorno al nucleare, col petrolio che a fine anno raggiungerà i 200 Dollari al Barile, vedendo l’acqua (nuovo oro blu) passare in mano a Società per Azioni quotate in borsa, e se qualcuno non chiude anche il rubinetto dell’aria -come capita all’attore Ivano Marescotti in un surreale film- è solo perché quella delle nostre città fa talmente ribrezzo che nessuno si sognerebbe mai di appropriarsene.
In un contesto del genere, è evidente che alcuni paradigmi e strategie del passato diventano tristemente obsoleti.
Il calco pesante di questa epoca
Le direttrici di marcia proposte con lungimiranza già vent’anni fa appaiono oggi indispensabili ma non più sufficienti: fonti di energia «rinnovabile» o tecnologie ancor più sofisticate per poter avere uno «sviluppo sostenibile». Dobbiamo trovare il coraggio e la franchezza per guardarci negli occhi e ammettere che non può esistere alcun «sviluppo sostenibile». In letteratura si chiamerebbe ossimoro. Questo Sviluppo, così come è stato concepito dalla rivoluzione industriale in poi, è per definizione insostenibile. Ogni suo ulteriore incremento, comunque ottenuto, conduce ancor più velocemente alla rovina ecologica. È illusorio pensare di salvare la capra e i cavoli, lo Sviluppo ma anche l'ambiente, con il ricorso a fonti di energia «alternative». Qualsiasi fonte di energia usata in modo massivo è inquinante. Se al posto del petrolio e dei combustibili fossili si userà l'idrogeno, tanto caro al tecnologico Rifkin, si alleggerirà l'ecosistema in un punto ma lo si appesantirà comunque in qualche altro. Senza contare che la conversione di una fonte di energia in un'altra esige tutta una serie di adattamenti sistemici che non possono esser ottenuti che usando altra energia. Cosicché, se nel particolare si ottiene una riduzione dell'inquinamento da due a uno, a livello sistemico lo si quadruplica. E invece di risolvere il problema lo si aggrava. Basti pensare all’esempio delle moderne autovetture, hanno standard di inquinamento più bassi rispetto alle generazioni precedenti, eppure il problema dell’inquinamento dovuto alla produzione di CO2 e alle polveri sottili emesse dai motori a scoppio cresce esponenzialmente ovunque, aumentando di anno in anno -in ossequio al P.I.L.- il loro parco circolante, il loro uso e abuso.
«La tecnologia» ha detto una volta il filosofo della Scienza Rossi «per ogni problema che risolve ne apre altri dieci ancor più complessi con un effetto moltiplicatore».
Ci siamo dimenticati dell'entropia, della seconda legge della termodinamica che Carnot enuncia nel 1824 a proposito dei flussi di calore delle macchine a vapore e che nel 1860 il fisico tedesco Clausius estese alla produzione di tutte le forme di energia. Per non dire, molto prima, di Democrito.
Tutto ciò perché in Occidente (e da qualche anno anche in oriente) non ci si vuole, o non si può, rassegnare a una società in cui lo sviluppo, la produzione di beni, il consumo, l'economia, il Prodotto Interno Lordo, non siano in costante crescita.
E invece l'unica soluzione, se non vogliamo distruggere definitivamente l'ecosistema che ci ha dato e ci dà la vita, è la "Decrescita": dei consumi, della produzione, dell'economia. Noi dobbiamo ridurre drasticamente i nostri livelli di vita, anche perché il cosiddetto benessere -andando anche oltre la questione dell'inquinamento, che è solo la più immediatamente percepibile da chiunque- si è rivelato uno straordinario malessere esistenziale.
In altri tempi sono state guerre, pestilenze, o altre tragiche catastrofi a ripristinare, per eterogenesi dei fini, il ciclo della natura all'organizzazione umana. Per cui, come ad una estate di raccolta segue un autunno ed un inverno di riposo per preludere di nuovo ad una primavera di rigoglio, così veniva smorzata la concezione malata di uno “Sviluppo” come linea retta tendente all'infinito.
La battaglia politica, per chi ha in odio le guerre, massimamente quelle vigliacche moderne, è quella di coltivare la saggezza dell'uomo. Saggezza, se non più oramai istintuale almeno aiutata dai morsi della crisi economica galoppante, capace di indurre a stili di vita più sobri e, perché no, più gratificanti.
Dobbiamo lottare per affermare nelle condotte individuali e collettive il concetto di limite contro una “ùbris” (onnipotenza) dilagante -come ad esempio la scienza che si fa scientismo, cioè la più intollerante religione-, per affermare non solo i diritti inviolabili della persona ma ancor prima i doveri inderogabili verso la comunità.
Risultano essere, pertanto, logore le categorie di sinistra e destra figlie della medesima matrice positivista. Altro che Marx o Smith, è San Francesco il vero rivoluzionario d'oggi giorno!
I Verdi, un grande futuro dietro di noi
Dopo aver volato un po’ sopra il rasoterra quotidiano, planiamo verso le miserie contingenti del nostro movimento. Intanto, una precisazione nominale: movimento. I Verdi hanno percorso la parabola canonica che va dallo slancio spontaneistico, alla strutturazione movimentista infine alla involuzione partitica. Parabola, a dire il vero, abbastanza comune ad ogni soggetto politico.
Non intendiamo qua rammentare tutte le tappe di un percorso complicato, controverso, difficile e, in sintesi, paragonabile alla vita di un’ortensia, generosa ma fragile.
Ci limiteremo alle vicende più recenti. L'ultima dirigenza dei Verdi, e per tale intendiamo riferirci all'intero Esecutivo nazionale, conscio delle proprie incapacità nel non aver saputo far splendere il Sole che ride, ha deciso -senza voci ufficialmente contrarie- l'ultimo dilaniante suicidio: allearsi con spezzoni di sinistra allo sbando e dare vita ad un'alleanza raffazzonata e improvvisata, senza progetti né presupposti, senza forza né entusiasmo. Solo ed esclusivamente per salvare la pelle. La propria.
Una grande parte degli attivisti, di coloro che dedicano tempo ed energie senza avere né desiderare poltrone di sorta, ha espresso tanti dubbi, qualcuno se ne è andato (spesso più per interesse che per idealità), qualcun altro ha tirato i remi in barca (per desolazione), altri hanno dato il loro contributo (alcuni solo per lealtà, altri sicuramente con convinzione).
Il 14 aprile scorso una disfatta. Di quelle bocciature che di rado la politica italiana ha conosciuto. Epica. Dal 12% fantasticato al 3% ottenuto, i tre quarti dei votanti ha detto con vigore: state sbagliando tutto! Chi ancora non lo ha capito, o ha perduto completamente la lucidità politica o ha smarrito ogni senso della democrazia. Tertium non datur.
Dobbiamo perciò ripartire da quel 14 aprile, che ha visto anche l'altrettanto sonora batosta del progetto veltroniano di isolamento di un Pd che vuol farsi copia patetica del Pdl.
Occorre adesso recuperare la nostra autonomia rispetto ad ogni altra forza politica. Che non significa, ovviamente, presuntuosa autosufficienza, ma bensì fatica, radicamento, umiltà e orgoglio. Così come lottiamo contro gli organismi geneticamente modificati in natura, alla stessa stregua e con lo stesso vigore dobbiamo lottare contro gli accordi “geneticamente modificati” in politica. Essere eletti o stare nei governi non è un dogma, è uno strumento di azione molto importante ma efficace solo se utilizzato bene, concretamente, altrimenti persino controproducente, poiché assumi responsabilità e susciti aspettative alle quali non ti dimostri all'altezza, perdendo ogni credibilità.
Questa mozione politica vuole essere molto chiara e molto netta sulle prospettive future dei Verdi. Tanto che non useremo giri di parole o eufemismi, andando al cuore del problema.
Chi vi aderisce indica e rivendica questo percorso: rilanciare le Liste Verdi sul territorio, partendo dalle realtà comunali e coprendo ogni angolo pure il più recondito del Paese, articolandoci anche in orizzontale attraverso gruppi tematici, e infine nessuna fusione o confluenza con altri soggetti politici.
Prioritariamente deve essere avviato un confronto con quanto sta emergendo nella società volto a rigenerare la politica e individuare nuove piattaforme, primi fra tutti i "Meetup" di Beppe Grillo, i Circoli per la Decrescita di Maurizio Pallante, e la rete dei Comitati di Alberto Asor Rosa. La prospettiva è di far politica assieme, fornendo loro una sede di elaborazione consolidata, una cultura anche di governo, un momento di sintesi e, soprattutto, un’iniziativa di coordinamento. Altrettanto s'impone nei confronti del ricco e variegato mondo eco-ambientalista che non trova più, se mai l'ha davvero trovato, nei Verdi il naturale riferimento.
Viene altresì ribadita la necessità di un dialogo con il resto del quadro politico, con le forze della sinistra marxista (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) e riformista (Partito Democratico e Sinistra Democratica), ma anche con l'Italia dei Valori interprete della diffusa esigenza di legalità; tuttavia non soltanto con essi. Ragionare a 360°, occasione per occasione, luogo per luogo, ma sempre con la nostra dignità e specificità. Preservando e valorizzando la "biodiversità verde".
Se non potremo cambiare questo povero mondo, se non ce ne sarà data la forza per sventura o per colpa, almeno non sarà esso a cambiare noi, omologandoci al peggio.
PER CONTRIBUIRE A MIGLIORARE O SOTTOSCRIVERE QUESTO DOCUMENTO (OPPURE PER PROPORLO NELLA VOSTRA PROVINCIA D'ISCRIZIONE): SCRIVETE IN 'COMMENTA' QUA SOTTO, OPPURE
Email: biodiversitaverde@dada.net - Fax provv: 02/700417166
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LANGER: VERDI NE' A DESTRA NE' A SINISTRA MA AVANTI
Perché gli ecologisti non sono né di destra né di sinistra
di Alex Langer
Nel 1985 Alex Langer, introducendo a Firenze l'assemblea nazionale in vista della costituzione delle liste verdi, affermò che gli ecologisti "non sono né di destra né di sinistra". Ci fu polemica allora, e polemica c'è tuttora verso quella definizione. Il verde o è rosso o non è, venne detto. Langer argomentò così la sua posizione.
Alcuni liquidano la questione destra/sinistra con un riferimento al totem ed al tabù. Al totem: "non si può essere verdi senza essere rossi"; chi non fosse riferibile ad una scelta "di sinistra" e non riconoscesse come suoi i totem della sinistra (la centralità della classe operaia? la priorità della contraddizione tra capitale e lavoro?), non sarà un vero verde.
Al tabù: “e chissà da chi sono pagati quei verdi”, che magari nascondono il socialdemocratico, il democristiano e, chissà, il fascista nelle proprie file e quindi si smascherano da sé. Sono nemici, non vogliono l'alternativa, si inquadrano nel gioco dei padroni. E fanno di destra e sinistra un sol fascio.
Fosse così semplice, sarebbe persino da stare allegri.
E invece è tutto terribilmente più complesso. Perché è assai difficile stabilire cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e distinguere la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole.
E poi bisognerà interrogarsi anche sull'utilità pratica di certe classificazioni, e trarne delle conseguenze.
Infine, converrà domandarsi come stabilire un fruttuoso dialogo tra verdi e rossi, senza pretendere di definire una netta linea di demarcazione e senza esigere professioni di devozioni agli schieramenti ereditari.
Cos'è oggi la sinistra e la destra?
In un mondo in cui la Cina chiama ingegneri stranieri per affidare a loro la ristrutturazione efficientista di certe fabbriche; in cui l'economia sommersa entra nell'orizzonte teorico e pratico degli economisti della socialdemocrazia austriaca; il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile. Per non parlare di politica estera e militare, dove notoriamente sinistra e destra si comportano in genere come il cacciatore ed il bracconiere: fanno le stesse cose, ma si distinguono per la qualificazione nominale di quel che fanno.
È di sinistra quel che fa la sinistra (compresa le centrali nucleari, la force de frappe atomica di Mitterand, i progetti autostradali difesi dai sindacati perché danno lavoro...) o bisogna anche che ci sia qualcosa di "rosso" nei contenuti? È di sinistra l'insistenza per lo "sviluppo" (industrialismo, espansione, crescita del prodotto naz. lordo) e magari di destra la de-industrializzazione?
La delegittimazione dell'utopia socialista
Ma - si dirà - se per sinistra si intende uno schieramento sociale, o meglio, l'indicazione di una tradizione politico - culturale, non ci si può rifugiare nell'agnosticismo.
Vero. E per giunta la sinistra in Italia (anche perché all'opposizione) è stata in gran parte il terreno di coltura di quelle forze che oggi si preoccupano esplicitamente più della sopravvivenza della specie che non del trionfo della classe.
Questa sinistra, né unitaria, né sempre coerente, ha indubbiamente molti meriti in Italia. Ha contributo (ma non solo lei) all'emancipazione politica, sociale e culturale di larghi strati di popolazione; ha conquistato e via via saputo ampliare molti spazi democratici, a cominciare dalla resistenza contro il nazifascismo; si è battuta per significativi passi in avanti verso una maggiore giustizia distributiva e migliori condizioni di vita sociale: ha generato (non sempre volontariamente) importantissimi ed incisivi movimenti di massa; si è dimostrata una fertile fucina di idee, di cultura.
Ma accanto a questi ed altri indubbi meriti, la sinistra ha contributo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi meccanismi, ed in ritirata un po' su tutto il fronte.
In particolare l'insistenza della sinistra sull'alternativa di governo come premessa di ogni processo di cambiamento sociale ha finito per premiare lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben poco alternativi - a costituire intorno a sé un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza sociale, non solo politica.
Oggi la mancanza di grandi progetti a sinistra e la perdita di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato" può contribuire a determinare certi effimeri successi elettorali.
Vecchio e Nuovo Testamento
Ed ora qualcuno vorrebbe che le nuove spinte che possono provenire da un'impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passassero per forza attraverso la cruna del dogma rosso e dello schieramento "di sinistra", quasi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione sociale.
In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso" al rapporto che i cristiani vedono tra il Nuovo e l'Antico testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. Anche ai primi cristiani, consapevoli di essere portatori di una carica innovativa radicale, qualcuno dalle loro stesse file chiedeva di vestire i panni della legge d'Israele e di rispettare la tradizione dei suoi profeti, e di situare la nuova predicazione sostanzialmente all'interno del mondo ebraico, pretendendo dai nuovi adepti (pagani) del Vangelo anche la circoncisione e la frequentazione del codice israelitico. "Non si può essere cristiani senza essere ebrei", decretavano questi custodi della tradizione. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, si sarebbe ridotto a diventare uno dei filoni (forse una delle sette) della tradizione israelita e ne avrebbe probabilmente seguito le sorti, compresa la distruzione del tempio e la diaspora.
Accettando invece di operare in campo aperto, tra i gentili, senza pretenderne la conversione all'ebraismo, il cristianesimo - pur non buttando alle ortiche il Vecchio testamento ed i suoi insegnamenti - è diventato quel fermento (positivo o negativo che lo si giudichi) epocale che si sa.
Senza voler forzare le analogie - dato che i paragoni sono spesso ingannevoli - vorrei affermare che 1) non è vero che il "verde" sia il naturale e scontato prolungamento della tradizione politico-culturale e del radicamento sociale dei "rossi"; 2) un affiancamento troppo stretto dei "verdi" ai "rossi" rischierebbe di sterilizzare una buona parte del potenziale dinamico che l'ecologismo ed il pacifismo può attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili.
La logica dei blocchi o di qua o di là
All'interno della sinistra assai spesso si ragiona con una logica dei blocchi non troppo dissimile da quella tra est e ovest: si deve stare da una delle due parti (o a destra, o a sinistra; o con i padroni o con la classe operaia, ecc.), tertium non datur, chi vuole sfuggire a questa polarizzazione forzata, in fondo intende fare il gioco di qualcuno ("dell'altro blocco", a seconda del punto di vista). Ma così ci si accontenta di aver individuato una contraddizione ritenuta principale e di raggruppare in riferimento ad essa ogni cosa, selezionando tra ragioni valide e prospettive ingannevoli, tra amici e nemici, tra arretratezza e progresso. Una logica di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. In questo senso ritengo che un ragionamento "verde" sia e debba essere trasversale rispetto alla tradizionale logica della sinistra e possa, anche per questo motivo, incentivare la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali.
Pensiamo allo statalismo assai radicato nella sinistra, o al suo sostanziale industrialismo, o alla forte inclinazione al centralismo, o al "lavorismo" che caratterizza la sinistra, o alla sua diffidenza verso l'individuo non organizzato, o ai temi ambientali (energia, edificazione sul territorio, trasporti, uso delle risorse, ecc.) o ad infiniti altri momenti fondanti di un ripensamento critico della civiltà attuale in chiave ecologica. Pretendere dai "verdi" di incamminarsi lungo i binari segnati dalla tradizione di sinistra o di considerare naturali alleati nelle possibili giunte o governi, mi parrebbe un grave errore, anche se non si può certamente negare che su molti altri valori - di democrazia, di giustizia sociale, di liberazione dallo sfruttamento, - ci potranno essere terreni comuni.
Anche se per tutto un periodo non breve l'approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze assai marcate tra "verde" e "rosso", ed i conflitti sul nucleare, sul terzo mondo, sul militarismo, sulla "fuoriuscita dall'industrialismo", sul sindacato e più in generale sulla concezione del "progresso", saranno assai dolorosi.
Ciò non significa né che i "verdi" si lancino in primo luogo contro la sinistra, né che essi si possano considerare equidistanti tra destra e sinistra, quasi fossero il nuovo centro: si dovrà ben tenere presente la differenza tra chi ha realizzato e gestisce il capitalismo industrialista e chi, non essendone gestore, se ne mostra subalterno e spesso velleitario critico e pretendente alla successione.
Non è ancora detto che i "verdi" riusciranno a costruire, con la necessaria pazienza e laicità, un proprio progetto complessivo che vada oltre il rifiuto dell'esistente e oltre la sottrazione di consensi alla civiltà dominante. Può darsi che anch'essi cedano alla logica degli schieramenti, subordinandosi a quella preconfezionata o snaturando il proprio contributo con cadute integralistiche e settarie.
Ma è più probabile che essi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni nuove e vecchie, dove - intorno all'ecologismo - accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (ed in particolare di quelle "settantottesche") si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'eguaglianza; il bisogno di identità di tradizione di "patria" particolare; una domanda di spiritualità e di interiorità; una rivalutazione dell'iniziativa personale e di gruppo rispetto alla priorità dell'"ente pubblico"; una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra...
Un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca ad esprimere bisogni "impolitici" e non toccati dalla consolidata polarizzazione politica, quale lo possono diventare i "verdi", è oggi più necessario che non l'ennesima variante del "rosso".





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